Ci sono dei vuoti nelle conversazioni tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola. Buchi temporali che gli investigatori vogliono adesso riempire e che aprono un nuovo capitolo nell’inchiesta sull’attentato dell’ottobre 2025 contro l’ex conduttore di Report. Dall’analisi dei telefoni cellulari e dei computer sequestrati a Lavitola sarebbero infatti emerse cancellazioni considerate sospette dagli inquirenti.A mancare sarebbero soprattutto i messaggi scambiati in due finestre temporali particolarmente delicate: quella precedente all’esplosione della bomba davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia e quella immediatamente successiva. Il sospetto è che Lavitola possa avere eliminato conversazioni ritenute compromettenti. Un’ipotesi, al momento, che dovrà essere verificata attraverso ulteriori accertamenti affidati dalla Procura di Roma ai Nuclei investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati.Il dato assume un peso particolare perché gli investigatori stanno tentando di ricostruire con precisione non soltanto il movente dell’attentato, ma l’intero rapporto tra i due uomini. Un rapporto che lo stesso Lavitola ha descritto davanti ai giudici come una “grande amicizia” dalla quale sperava anche di ottenere una sorta di “riscatto sociale” dopo le proprie vicende giudiziarie. E proprio i dispositivi sequestrati possono diventare una mappa di quella relazione: messaggi, telefonate, incontri, temi affrontati e, ora, anche ciò che eventualmente è stato cancellato.Ma c’è un secondo fronte, forse ancora più delicato. Come ricostruito dal Giornale, la Procura vuole infatti comprendere quale fosse realmente il peso conquistato da Lavitola nei rapporti con Report. La questione non riguarda soltanto il suo ruolo di fonte del programma. Gli investigatori vogliono stabilire se, con il passare del tempo, il faccendiere fosse diventato qualcosa di più: un interlocutore in grado di proporre temi, suggerire piste o comunque interagire con Ranucci sulle inchieste in lavorazione. Le conversazioni già finite agli atti hanno confermato che tra i due si parlava anche del lavoro della trasmissione. Da qui il passaggio successivo: verificare quali e quante inchieste di Report abbiano incrociato direttamente o indirettamente gli interessi di Lavitola e se quest’ultimo abbia mai tentato di orientarne il percorso.Non soltanto, dunque, servizi eventualmente suggeriti dal faccendiere. L’attenzione degli investigatori sarebbe rivolta anche al percorso inverso: capire se Lavitola abbia mai cercato di frenare, modificare o depotenziare un’inchiesta già avviata. È questo uno dei punti che rende particolarmente sensibile il lavoro della Procura anche per la Rai. Per ricostruire il quadro sarà necessario mettere una accanto all’altra le comunicazioni tra Lavitola e Ranucci e la storia editoriale della trasmissione: quando nasceva un servizio, chi proponeva il tema, quali fonti venivano contattate, quali lavori arrivavano alla messa in onda e quali invece si fermavano.Il nodo riguarda quindi anche le inchieste rimaste nel cassetto. L’obiettivo è accertare se esistano servizi già impostati, o perfino realizzati, che dopo determinate interlocuzioni abbiano cambiato direzione o non siano mai stati trasmessi. Non significa, naturalmente, che ciò sia accaduto: è precisamente quello che gli inquirenti intendono verificare.Ranucci ha sempre negato qualsiasi condizionamento. “Non esiste nessuna inchiesta di Report condizionata da Lavitola”, ha sostenuto nelle scorse settimane. Ma l’indagine sembra ormai concentrarsi meno sulle dichiarazioni dei protagonisti e più sulla ricostruzione documentale dei loro rapporti. Chat, telefonate, incontri e cronologia delle puntate dovranno dire se il confine tra fonte giornalistica e interlocutore sia rimasto sempre netto.E poi c’è il Cefalù Bistrot di Monteverde, altro luogo destinato a entrare nella ricostruzione. Secondo quanto riferito da Il Giornale, il racconto di Natalia Potenza, ex compagna di Lavitola, avrebbe acceso i riflettori anche sulla trattativa per l’acquisto del locale. Dopo un pranzo al quale avrebbero partecipato Ranucci, Lavitola e i proprietari Antonio e Daniele Pulcini, sarebbe arrivata una mail con i termini dell’accordo economico: circa 490mila euro tra debiti pregressi e rate per rilevare l’attività. Anche qui resta da chiarire quale sia stato, se vi sia stato, il ruolo del giornalista nella trattativa.Intanto il fronte giudiziario continua ad allargarsi. Dopo la conferma dell’impianto accusatorio, i pm della Dda coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi intendono approfondire anche gli affari finanziari di Lavitola, compresi gli interessi nel settore dei carbon credit in Africa. Il Tribunale del Riesame ha nel frattempo confermato la custodia cautelare in carcere e l’aggravante del metodo mafioso. La difesa, con l’avvocato Sergio Cola, ha annunciato ricorso in Cassazione.Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante e l’organizzatore dell’attentato, sostenendo però di aver agito con l’intento di far aumentare la protezione dell’amico. Una spiegazione che non ha chiuso l’inchiesta. Anzi. Più vengono esaminati i rapporti tra i due, più il perimetro sembra allargarsi oltre la notte della bomba. E adesso, dentro quel rapporto già fitto di telefonate, cene e confidenze, gli investigatori cercano soprattutto quello che non c’è più: i messaggi spariti.Massimo Balsamo, 10 settembre 2026L'articolo Ranucci-Lavitola, “ci sono buchi nelle chat”: cosa cercano gli inquirenti proviene da Nicolaporro.it.