Electrolux, ecco il caso che riapre il dossier dei rapporti industriali con la Cina

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Il piano di ristrutturazione di Electrolux potrebbe comportare circa 1.450 esuberi in Italia e lo spostamento in Cina di parte della produzione di frigoriferi di fascia più bassa. È quanto emerge dalle fonti sindacali citate da La Verità, che descrivono una riorganizzazione destinata ad avere un impatto significativo sulla presenza industriale del gruppo nel Paese.La vicenda riguarda innanzitutto Electrolux e le scelte industriali dell’azienda, ma intercetta anche un tema più ampio per la politica economica italiana: fino a che punto l’integrazione con il sistema produttivo cinese possa offrire opportunità commerciali e industriali senza aumentare, allo stesso tempo, l’esposizione della manifattura nazionale alla delocalizzazione delle produzioni e alla conseguente riduzione dell’occupazione.Secondo le fonti sindacali citate dal quotidiano, il piano potrebbe determinare circa 1.450 uscite complessive in Italia, comprese 135 posizioni a tempo determinato che non verrebbero rinnovate e altri posti attualmente vacanti. L’impatto maggiore riguarderebbe due stabilimenti del Nord-Est: a Susegana sarebbero interessati 420 posti su circa 1.800 addetti, mentre a Porcia gli esuberi sarebbero 310 su 1.700 lavoratori. I sindacati hanno proclamato uno sciopero per il 15 settembre e chiesto al ministro delle Imprese e del Made in Italy l’apertura urgente di un tavolo sulla vertenza.A rendere il caso particolarmente rilevante sotto il profilo della sicurezza economica è il fattore cinese. Electrolux ha sviluppato rapporti commerciali con Midea e, secondo la ricostruzione sindacale, la produzione dei frigoriferi di fascia più bassa sarebbe destinata a essere trasferita in Cina, mentre gli stabilimenti italiani verrebbero progressivamente concentrati sui prodotti di gamma superiore. I sindacati ritengono che gli oltre 90 milioni di euro di investimenti previsti non siano sufficienti a compensare gli effetti del ridimensionamento occupazionale.È proprio questa distinzione a essere centrale. I rapporti commerciali o industriali con aziende cinesi non comportano automaticamente una perdita di capacità produttiva europea, né possono essere considerati di per sé negativi. Possono portare capitali, opportunità commerciali e accesso a un ecosistema manifatturiero estremamente sviluppato. Il problema si pone quando l’integrazione avviene con un sistema produttivo capace di realizzare determinate categorie di beni a costi sensibilmente inferiori e rende quindi economicamente conveniente trasferire fuori dall’Italia le produzioni a minore valore aggiunto.La pressione competitiva emerge anche dall’evoluzione del mercato mondiale degli elettrodomestici. Nel 2015 i produttori cinesi rappresentavano il 23,4% del mercato globale dei grandi elettrodomestici, poco meno del 24,3% detenuto dai concorrenti occidentali. Nel 2024 la quota cinese era salita al 32,1%, mentre quella dei gruppi europei era scesa al 15,7%. Midea, da sola, controllava una quota compresa tra circa il 12 e il 18%, a seconda della categoria di prodotto.È anche questo cambiamento degli equilibri industriali a spiegare perché la collaborazione con i grandi gruppi cinesi possa risultare conveniente per i produttori europei. La Cina non rappresenta soltanto un mercato, ma una piattaforma produttiva caratterizzata da economie di scala, costi competitivi e crescente automazione. Per le imprese, sfruttarne le capacità può quindi rispondere a una logica industriale. Per i governi, tuttavia, il calcolo deve comprendere anche ciò che accade alla capacità produttiva nazionale nel medio e lungo periodo.Il caso Electrolux diventa così un banco di prova per il modo in cui Roma valuta il proprio rapporto economico con Pechino. La questione non è stabilire se gli investimenti cinesi o le partnership con imprese della Repubblica Popolare siano intrinsecamente dannosi, ma verificare caso per caso se contribuiscano a rafforzare le aziende e la capacità produttiva italiana oppure aumentino la dipendenza da un sistema manifatturiero capace di produrre gli stessi beni, soprattutto nelle fasce più basse del mercato, a costi difficilmente replicabili in Europa.È una distinzione che supera i bilanci aziendali. Una ristrutturazione industriale di queste dimensioni può incidere sull’occupazione, sulle filiere locali e sui territori cresciuti attorno agli stabilimenti. Per questo la sicurezza economica italiana non può essere misurata soltanto sulla quantità di capitali o investimenti in entrata. Il caso Electrolux mostra perché, nel valutare un rapporto industriale con la Cina, diventa altrettanto importante chiedersi dove resteranno produzione, posti di lavoro e competenze una volta completata l’integrazione.