Un’altra stretta, la seconda del 2026, e un conto che ricomincia a salire per chi ha un mutuo o un prestito in corso. La Banca centrale europea ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%, quello sui rifinanziamenti principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%. Una mossa “scontata”, l’ha definita la stessa presidente dell’istituto di Francoforte, Christine Lagarde, arrivata al termine di settimane in cui i mercati non avevano più margini di sorpresa. Eppure, quando l’annuncio è arrivato, le Borse europee hanno comunque frenato, scivolando sotto la parità, segno che la tenuta dei nervi resta fragile.Dietro la decisione c’è una diagnosi netta: il conflitto nel Golfo Persico “continua a generare pressioni sull’inflazione, che dovrebbe mantenersi su livelli ben al di sopra dell’obiettivo” del 2% “per un periodo prolungato”. Per chi crede nell’economia di mercato e nella libertà di scelta degli individui, la vicenda offre un promemoria scomodo ma utile: quando l’energia diventa un’arma geopolitica, il prezzo lo pagano prima le famiglie, poi tutto il resto.Perché la Bce continua a stringereIl quadro dei prezzi giustifica, sulla carta, la linea dura di Francoforte. Ad agosto l’inflazione nell’area euro ha toccato il 3,3%, il livello più alto da settembre 2023 e ben oltre il target del 2% fissato dall’istituto centrale. A spingere i rincari sono soprattutto le quotazioni di petrolio e gas, tornate vicino ai 100 dollari al barile dopo gli scontri nello stretto di Hormuz. Lagarde ha parlato apertamente del rischio che una nuova destabilizzazione delle forniture energetiche “possa far salire ulteriormente i prezzi energetici o prolungare i rialzi più a lungo”, con un impatto diretto su redditi, spesa e investimenti delle famiglie. Un rischio che, ha avvertito, “potrebbe intensificarsi ulteriormente” in caso di un inverno freddo e scorte di gas sotto la media: quelle europee sono ferme al 67% di riempimento, affossate dal 55% della Germania.Le proiezioni della Bce restano prudenti: l’inflazione complessiva è attesa al 3% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, mentre quella core (al netto di energia e alimentari) si porterebbe al 2,5%, 2,6% e 2,3% negli stessi anni. Una nota positiva arriva dalla tenuta della crescita, definita da Lagarde “migliore delle attese”: il Pil dell’Eurozona è salito dello 0,6% nel secondo trimestre e le stime per il 2026 e il 2027 sono state riviste al rialzo, rispettivamente a +0,9% e +1,4%.Mutui più cari: quanto pesa sulle rateÈ sul fronte dei mutui che l’effetto della stretta si fa sentire più immediatamente, proprio mentre il mercato del credito alle famiglie stava tornando a correre. Secondo i calcoli del sindacato bancario Fabi, il passaggio da un tasso del 3,00% al 4,50% su un nuovo mutuo da 150mila euro fa lievitare la rata mensile “da 106,16 euro a 127,62 euro, a seconda della durata del finanziamento”. Nel dettaglio, l’aggravio è di 106,16 euro al mese su 10 anni, 111,62 euro su 15, 117,08 euro su 20, fino a 122,43 euro su 25 anni e 127,62 euro su 30. Su base annua significa una maggiore spesa che va da 1.273,98 euro (10 anni) a 1.531,46 euro (30 anni). L’effetto cresce proporzionalmente con l’importo: su un mutuo da 200mila euro la differenza mensile arriva a 170,16 euro sulla durata più lunga, mentre su uno da 250mila euro si sale fino a 212,70 euro al mese.Per la fascia di mutuo più diffusa in Italia — tra i 125mila e i 150mila euro, durata 25 anni — l’Associazione difesa utenti servizi bancari (Adusbef) stima che un rialzo dei tassi dello 0,25% faccia crescere la rata mensile “di 15 euro per un finanziamento da 125mila euro, raggiungendo i 25 euro per un mutuo da 150mila euro, portando ad un aggravio di spesa tra i 180 e i 300 euro a famiglia”. Per il presidente dell’associazione, Antonio Tanza, “il vero problema è che l’aumento del costo del denaro si aggiungerà a tutti gli altri effetti negativi della crisi internazionale, aggravando il conto per le famiglie e incidendo su bilanci, capacità di spesa e consumi”.Anche chi ha già un mutuo a tasso variabile in corso sentirà l’aumento. Secondo l’analisi di Facile.it, un finanziamento standard da 126mila euro in 25 anni, sottoscritto a gennaio con un Tan iniziale del 2,70%, vedrà la rata salire di circa 17 euro, da 614 a 631 euro. Da inizio anno, la rata è già cresciuta di 36 euro complessivi (era 578 euro a gennaio). E le prospettive non lasciano spazio a illusioni: i futures sull’Euribor a tre mesi, oggi al 2,67%, indicano un possibile arrivo al 3,10% entro giugno 2027, il che porterebbe la stessa rata sopra i 650 euro. Non stupisce che gli italiani, di fronte a questa incertezza, continuino a preferire in massa il tasso fisso (93% delle richieste), anche se la quota di chi sceglie il variabile è salita dall’1% al 7% rispetto allo scorso anno. Nel frattempo, secondo lo stesso istituto di comparazione, l’importo medio richiesto per un mutuo è salito a 139.599 euro nei primi otto mesi del 2026 (+1,6% sull’anno precedente), a copertura del 74% del valore dell’immobile.Credito al consumo, la crescita rischia la frenataLa stretta arriva in un momento delicato anche per il credito al consumo. Fabi sottolinea come la decisione della Bce interrompa “una fase storica di progressiva riduzione del costo del denaro che ha accompagnato la ripresa dei prestiti, in particolare quelli destinati all’acquisto delle abitazioni e ai consumi”. Nei primi sette mesi del 2026 lo stock complessivo di mutui, credito al consumo e prestiti personali era cresciuto di 12,92 miliardi di euro (+1,9%) rispetto a fine 2025, trainato soprattutto dai mutui (+9,16 miliardi, +2,1%) e, a seguire, proprio dal credito al consumo, salito di 4,61 miliardi (+3,5%). Un rialzo dei tassi che si trasmette rapidamente al costo dei prestiti personali rischia ora di raffreddare proprio la componente più dinamica della ripresa creditizia, quella legata ai consumi delle famiglie, con possibili ricadute sulla domanda interna nei prossimi mesi.La rivincita (parziale) dei risparmiatoriSe per chi si indebita la stretta è una cattiva notizia, per chi ha liquidità da investire il discorso cambia segno. Il rialzo del tasso sui depositi Bce al 2,50% si traduce, con un certo ritardo fisiologico, in rendimenti più interessanti sui conti deposito e sugli altri strumenti remunerati offerti dalle banche, che possono permettersi di riconoscere ai clienti condizioni migliori man mano che il costo della raccolta interbancaria sale. Ad oggi il tasso medio sui nuovi depositi a scadenza prestabilita si attesta al 2,26% per le imprese e al 2,14% per le famiglie, mentre i conti correnti a vista restano fermi, rispettivamente, allo 0,60% e allo 0,28%: un divario che misura quanto convenga, per chi risparmia, orientarsi verso strumenti vincolati o comunque remunerati piuttosto che lasciare la liquidità inerte. I comparatori di prodotti finanziari segnalano che, con ulteriori mesi di tassi Bce elevati, i rendimenti dei conti deposito vincolati potrebbero continuare a salire, rendendo più conveniente per i risparmiatori più attenti spostare parte della liquidità verso soluzioni a termine o svincolabili.Il capitolo più delicato resta quello dei titoli di Stato. Il rendimento del Btp decennale è salito nella giornata della decisione fino al 4,31%, con lo spread rispetto al Bund tedesco allargatosi a 85,2 punti base, complice anche il nervosismo dei mercati per l’escalation in Medio Oriente e per i rendimenti dei Treasury Usa in tensione. Per chi investe in titoli di Stato, in particolare sulle nuove emissioni, la stretta monetaria si traduce quindi in cedole più generose, a fronte però di un premio al rischio percepito più alto sul debito pubblico italiano, che resta la vera variabile da tenere d’occhio per i prossimi mesi.Borse caute, ma senza terremotiSul fronte azionario la reazione è stata di cautela più che di panico. Milano si è mantenuta sostanzialmente invariata, mentre Parigi ha ceduto lo 0,14%, Francoforte lo 0,2% e Londra lo 0,52%. Un comportamento che riflette come il mercato avesse già interamente scontato il rialzo dei tassi, spostando l’attenzione sulle parole di Lagarde in conferenza stampa più che sulla decisione in sé. Secondo gli analisti, la vera incognita per i prossimi mesi non è più se la Bce alzerà ancora i tassi, ma se la comunicazione di Francoforte lascerà intendere una pausa o aprirà a un’ulteriore fase restrittiva: un’indicazione più aggressiva potrebbe pesare soprattutto sui titoli growth, più sensibili al costo del capitale, e ampliare ulteriormente lo spread tra i Paesi più indebitati dell’Eurozona, Italia in testa, e la Germania.Prospettive incerte e Lagarde non si sbilanciaLe “prospettive restano molto incerte”, ha ammesso Lagarde, “con rischi orientati al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica”. Le proiezioni per il 2026 restano invariate rispetto a quelle di giugno, ma peggiorano per gli anni successivi, segno che l’istituto centrale non considera lo shock energetico un fenomeno passeggero. Ciononostante, la Bce ribadisce la volontà di procedere riunione dopo riunione, con un approccio “guidato dai dati” e senza impegnarsi su un percorso predefinito dei tassi. Sul proprio futuro alla guida dell’istituto, con le voci di un possibile addio anticipato, Lagarde ha preferito non sbilanciarsi: “Quando ci sarà qualcosa da comunicare sul mio conto sarete i primi a saperlo. Al momento non c’è nulla da comunicare”.Per famiglie indebitate e risparmiatori, il messaggio di fondo è comunque chiaro: il costo del denaro resterà elevato più a lungo di quanto si sperasse a inizio anno, e la vera partita si gioca ormai sulla capacità di ciascuno — famiglie, imprese, ma anche Stati con debiti pubblici elevati come l’Italia — di adattare le proprie scelte finanziarie a un contesto in cui il denaro, semplicemente, non è più a buon mercato.Enrico Foscarini, 10 settembre 2026i: mutui pià cari ma salvadanaioL'articolo La Bce alza i tassi, occhio ai mutui: cosa cambia col +0,25% proviene da Nicolaporro.it.