Cosa racconta il voto in Sassonia e perché non è la fine del mondo. L’opinione di Di Bartolo

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La tentazione ricorrente, di fronte ai flussi elettorali che scuotono le fondamenta della politica tedesca, e più in generale europea, è sempre la stessa: cedere al riflesso pavloviano dell’allarme democratico, agitare lo spettro del ritorno del nazismo, evocare il crollo imminente dell’Europa e dipingere l’Occidente sull’orlo di un baratro irreversibile. È una narrazione emotiva, catastrofista e profondamente pigra, che ciclicamente riaffiora ogni volta che un movimento populista o di destra radicale segna un passaggio storico — come l’ultimo, netto successo dell’AfD in Sassonia. Eppure, se si indossa la lente del realismo politico e si guarda alla realtà senza paraocchi ideologici, l’unica risposta sensata di fronte a questi risultati impone di mettere a tacere l’isteria e di avviare un’analisi seria.Gli elettori, piaccia o meno ai salotti della bien-pensance continentale, hanno sempre ragione nelle democrazie liberali. Quando ampie fette di popolazione si affidano a forze cosiddette “antisistema”, considerate estreme, non lo fanno per un’improvvisa e misteriosa regressione genetica verso i totalitarismi del Novecento, ma perché chi ha governato fino a oggi ha sistematicamente fallito nel fornire risposte concrete.Alternative für Deutschland, così come altri movimenti analoghi emersi in diverse nazioni europee nella storia recente, non fa altro che occupare un enorme spazio vuoto. Un vuoto lasciato colpevolmente scoperto dai partiti tradizionali su temi che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini: la sicurezza urbana, la gestione insostenibile dei flussi migratori, il potere d’acquisto falcidiato dall’inflazione, la precarietà del mercato del lavoro e stipendi che faticano sempre più a tenere il passo con il costo della vita. A tutto ciò si aggiunge il logoramento prodotto da un’impostazione culturale e politica percepita come distante, riassunta in quell’agenda “woke” e in certe derive ideologiche che, in questi anni, hanno seminato sconcerto e smarrimento nella classe media europea.L’elettore che vota a destra, sia chiaro, non è un estremista e non chiede la luna: chiede semplicemente pragmatismo. E se i partiti tradizionali e moderati continuano a offrire formule astratte, incomprensibili o distanti dai problemi reali, il consenso inevitabilmente si sposta altrove.Di fronte a questo scenario, stracciarsi le vesti non serve a nulla. C’è soltanto bisogno di due mosse tanto semplici quanto urgenti. La prima consiste nel rimettere al centro un’alternativa concreta, intelligibile, radicata nei bisogni materiali delle persone e sganciata da certe derive ideologiche del nostro tempo, smettendo di riproporre ricette stantie che non convincono più nessuno. La seconda, paradossalmente, consiste nell’accettare la prova del governo.Mandare alla prova del potere queste forze — che si tratti dell’AfD in Germania, del Rassemblement National in Francia, di Futuro Nazionale in Italia o di qualsiasi altro movimento di rottura — rappresenta il più potente antidoto alla demagogia. La propaganda vive di opposizione perpetua, di slogan urlati nelle piazze e di promesse slegate dalla complessità amministrativa. Ma quando i partiti della protesta si scontrano con i vincoli di bilancio, con gli equilibri geopolitici, con la macchina burocratica dello Stato, con le responsabilità di governo e con la cruda concretezza dei fatti, la bolla retorica tende inevitabilmente a sgonfiarsi.La storia recente d’Europa è piena di movimenti antisistema che, una volta entrati nelle stanze dei bottoni o messi di fronte agli oneri della gestione pubblica, hanno dovuto moderare i toni, mostrare i propri limiti strutturali o semplicemente istituzionalizzarsi. È dunque il momento di smetterla di disperarsi per il consenso altrui e iniziare a lavorare sul proprio: offrire visioni politiche pragmatiche e credibili e, laddove i cittadini lo scelgano, misurare la concretezza degli sfidanti alla prova dei fatti. È così che la democrazia ritrova il suo equilibrio, e non teorizzando la fine del mondo ogni qualvolta si ha la peggio in una competizione elettorale.