Nei sistemi partecipativi (quali massimamente sono le democrazie) la politica si sostanzia nell’azione (complessa e collettiva) rivolta alla formazione di riconoscibili orientamenti per le necessarie scelte operative degli Stati. Da quelle che li “organizzano” a quelle destinate a regolare le “relazioni” che vi intervengono. Si avvale, per avere attuazione, di forme (strumenti). Servono a disegnare le procedure che consentono di rilevare (e misurare) quegli orientamenti e a fissare anche il chi, il quando e il come debba darvi seguito. È una verità elementare. Come lo è il fatto che le attuali sono divenute da anni inadeguate. Si rarefà dovunque l’impegno dei singoli e la politica è diffusamente giudicata come una vicenda distantissima da quell’azione di “autogoverno” nella quale essa si dovrebbe sostanziare. Le procedure partecipative (partiti e meccanismi elettorali) appaiono canali di espressione di un volere che “non” si forma “nella” collettività. L’esercizio delle funzioni pubbliche è ritenuto spesso arbitrario e mai abbastanza tempestivo ed efficiente.Difetti dell’autogoverno come quelli in questione sono in verità sempre esistiti. Efficacia, efficienza e fedeltà degli amministratori al mandato non sono, del resto, obbiettivi facili per qualunque insieme collettivo. Persino quando esso persegua interessi di un numero di attori rigorosamente controllato. L’autogoverno funziona a sufficienza nelle società commerciali (omogeneità degli interessi e volontarietà dei partecipi). Già molto meno nel condominio di un edificio (dove gli interessi sono diversificati e gli attori lo divengono senza volontà degli altri). Pretenderne dunque un rigoroso svolgimento quando la collettività sia (come quella politica) larghissima nel numero, molto frammentata negli interessi ed esistente in forza di automatismi (come la nascita o la residenza) è utopico.Da sempre si sono accettate perciò – preferite per i loro complessivi vantaggi, rispetto a situazioni alternative – esperienze di autogoverno “statuale” (il più complesso degli ipotizzabili) non prive dei difetti di cui parliamo (inefficacia, inefficienze, autoreferenzialità dei designati alle funzioni), ritenuti un costo inevitabile (ma contenibile) delle loro forme. Accade oggi però che quei difetti si siano fatti straripanti. Stanno rendendo le collettività in autogoverno molto meno performanti di quelle esposte a governi “autoritari”. Il prezzo della “libertà” (la ragione unica dell’autogoverno) comincia ad apparire a un numero crescente di cittadini troppo alto. Dimenticano purtroppo (perché nessuno si cura di ricordarlo loro) quanto irreversibili siano sempre i cedimenti che la sacrificano. Consegnarsi a qualcuno non ci dice mai quale potrà esserne l’esito ultimo. Nella storia, cedimenti che potevano apparire modesti e rassicuranti (come affidarsi ad un “principe” moderatore quale si percepì Augusto, dopo oltre un secolo di contrasti e di violenze) si sono rivelati travolgenti e definitivi. L’area del mondo che ne fu interessata avrebbe atteso quasi due millenni per ritrovare libertà e autogoverno.Come tutti comprendono, un insieme “statuale” non può vivere al modo di qualunque altro. La sua relazione con il tempo è particolare. Costituito da un numero grandissimo di persone in perenne ricambio, deve ricevere tuttavia “continua” individua riconoscibilità. Necessita di una configurazione che lo faccia percepire come un insieme “permanente”, nonostante il continuo mutare degli appartenenti. Donde la rilevanza del luogo fisico identificante (territorio di insediamento) e del fatto che quell’insieme (come “formalizzato” da criteri che lo consentono) accetta (o subisce) l’autorità di un “governo” che lo “rappresenta” verso i singoli (che lo popolano) e verso gli altri (diversi e omologhi) collettivi sociali. Per poter essere “statuale” un insieme necessita, insomma, insuperabilmente di “forme” costitutive (di appartenenza all’insieme, di distribuzione delle funzioni e di relazione dei singoli con l’autorità di governo). Il che è chiaro abbastanza.Quello di cui invece stiamo purtroppo perdendo coscienza è che le forme di cui parliamo non hanno – in orizzontale (guardando al dove) e in verticale (guardando a come evolvono/mutano) – configurazioni “assolute”. Quelle adottate costituiscono una reazione “storica” alle cose, in ragione dei contesti, delle culture e dei convincimenti di chi vi provvede. Indubbiamente indispensabili, non possono essere né eterne né universali.È questa (a mio sommesso modo di vedere) la causa prima della crisi politica (universale) dell’Occidente contemporaneo. Teatro di avanzamenti sociali, culturali, economici senza precedenti, ma asfitticamente “costretto” in forme di governo studiate per contesti irreversibilmente tramontati. Mi concentro (con le approssimazioni che la sede impone) sul problema italiano.Il “disegno” di autogoverno costruito dai costituenti del 1947 muoveva da alcuni presupposti e guardava a un governo “parlamentare” della nostra Repubblica.Dei primi (presupposti) erano capisaldi la sovranità dello Stato, uno scorrere della vita ritmato e abbastanza controllabile, una struttura sociale che valorizzava nel massimo le funzioni “medianti” (il sapere di competenti, saggi, anziani). Presupposti oggi tutti evaporati. Nessuno Stato può più dirsi sovrano a quel modo e il nostro, in particolare, subisce (come tutti) – con i limiti (giuridici) della sua esposizione a (indispensabili) autorità sovranazionali – anche quelli (fattuali) dell’intensa interdipendenza economica degli Stati contemporanei. Gli eventi incalzano imprevedibili. Dominano le urgenze. Il principio di autorità (fondamento dell’agire sociale mediato) si è indebolito oltre ogni dire e la coesione degli insiemi politici è solo un lontano ricordo. Nessuno dialoga. Tutti affermano.La praticabilità del governo “parlamentare” ha ceduto ai cambiamenti. Quale primato legislativo, d’altra parte, in un sistema di normazione complessa (per vincoli esterni) e per le nuove autonomie (normative e interpretative) da considerare? Quello affermato non resiste comunque al premere di eventi che reclamano tempestività regolativa (vedi aggiramento di fatto del bicameralismo e dilagare del decreto-legge). Come fare convivere un “controllo diffuso” dei decisori (proprio della visione “parlamentare”) con l’incalzare di eventi che esigono reazioni immediate? Come mantenere “rappresentativo” un Parlamento che lo dovrebbe di un insieme (la popolazione) divenuto frammentatissimo per interessi, visuali e convinzioni?Due cose sono evidenti. L’enormità dei problemi e il pressapochismo con cui si è guardato ad essi. La prima esigerebbe un impegno (alto e corale) ben diverso dallo stucchevole (e spesso interessato) “conservatorismo” di rappresentazioni poetiche tipo “la costituzione più bella del mondo”. Forse lo fu anche, ma è senza senso pretendere (contro ogni evidenza) che lo sia restata. Il secondo è denunciato dalla faciloneria con la quale è sembrato possibile “correggere” un sistema divenuto inefficace attraverso scorciatoie come la decretata morte (per via giudiziaria) dei partiti o il succedersi di leggi elettorali surrettiziamente introduttive di un “presidenzialismo” di fatto, scomposto nelle forme e inconciliabile con l’impianto di contorno: funzioni della presidenza della Repubblica; forme della normazione e sopraggiunte nuove dipendenze di questa (le europee comunitarie in primo luogo); nuove autonomie normative introdotte (riforma del titolo V); prassi interpretative di accresciuta indipendente incisività (ruolo della Corte costituzionale e delle ordinarie). Unico risultato ottenuto? Un “bipolarismo” (scivolato presto in un “bi-populismo”) muscolare nelle forme, pochissimo legittimato (maggioranze espressione nei fatti – tenuto conto dei votanti – di circa un quarto della popolazione), impotente nella sostanza (prigioniero com’è di assetti che hanno perso coerenza), ma induttivo di arroganza operativa.Chi scrive non sa dire se le forme “storiche” delle liberaldemocrazie contemporanee (parlamentarismo, presidenzialismo, semi presidenzialismo) siano ancora proponibili. Di certo sono tutte in crisi manifesta (vedi quel che accade nei presidenziali Stati Uniti o nella semipresidenziale Francia). Necessitano con evidenza quantomeno di una profonda rimeditazione adattiva. Nessuno potrà tirarci fuori dalle difficoltà con improvvisate invenzioni.I sistemi politici affidati a costituzioni “scritte” (come i moderni non possono non essere) esigono in chi li configura ampiezza di orizzonti, cultura storica, disponibilità ad apprendere più che a insegnare, spessore di competenze “giuridiche” (e non “economiche”, come si ritiene invece da anni). Si pensi ai disastri di chi ha pensato Maastricht, in luogo di chi aveva costruito i trattati di Roma.Le forme di governo (complesse anche per l’interdipendenza dei loro elementi) non possono non essere al passo con la storia. La quale vive di cicli di imprevedibile durata. Ciò che ottant’anni fa apparve (ed era) una “forma” di governo ben studiata (da grandi costituenti quali furono per altro quelli del 1947) ha cessato di esserlo da trent’anni almeno. Non sembrano comprenderlo (in quest’ora estrema di palesi rischi per la democrazia) le nostre classi dirigenti. Non solo le politiche, purtroppo.