Gaza. Israele affida ai clan armati la guerra contro Hamas

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Israele sta utilizzando milizie palestinesi locali nella Striscia di Gaza per combattere Hamas, raccogliere informazioni, sorvegliare il territorio e controllare parte della popolazione. Una strategia che può ridurre l’esposizione diretta dei soldati israeliani, ma che rischia di trasformare Gaza in un mosaico di enclavi dominate da gruppi armati privi di una reale legittimità politica. Secondo testimonianze di militari israeliani raccolte da Haaretz, immagini satellitari, filmati diffusi dagli stessi gruppi e informazioni delle Nazioni Unite, la collaborazione sarebbe più strutturata di quanto suggerisca la rappresentazione ufficiale di semplici formazioni palestinesi spontaneamente ribellatesi ad Hamas.Nella Striscia opererebbero almeno cinque gruppi armati di una certa consistenza, distribuiti tra Beit Hanun, Shujaiya, Deir al-Balah, Khan Yunis e Rafah. Le loro basi sorgono generalmente nelle vicinanze della cosiddetta linea gialla, che separa le aree sottoposte al controllo militare israeliano da quelle nelle quali Hamas mantiene una presenza operativa. I miliziani possono muoversi in zone normalmente interdette ai palestinesi e alcuni gruppi mostrano pubblicamente uomini armati, fuoristrada, campi di addestramento e nuove strutture. L’obiettivo sembra essere quello di presentarsi non soltanto come formazioni militari, ma come embrioni di un possibile ordine locale alternativo ad Hamas.Dietro questa autonomia apparente si trova però, secondo le fonti citate nell’inchiesta, il sostegno israeliano. Esercito e servizio di sicurezza interno coordinerebbero parte delle attività e, in determinate circostanze, fornirebbero armi, munizioni, informazioni, copertura aerea e assistenza logistica. Alcuni reparti israeliani avrebbero inoltre ricevuto l’ordine di consegnare alle milizie velivoli senza pilota e altro materiale confiscato ai trafficanti. Le posizioni dei gruppi sarebbero indicate sulle carte operative e nelle comunicazioni militari per evitare che le forze israeliane li scambino per combattenti nemici.Il sistema presenta tuttavia evidenti rischi. Un episodio avvenuto nei pressi di Khan Yunis mostra quanto limitato possa essere il controllo sui nuovi alleati. Secondo il racconto di alcuni soldati israeliani, durante un’operazione un miliziano avrebbe ucciso la moglie di un altro componente del gruppo per una disputa interna. La punizione sarebbe stata decisa ed eseguita immediatamente, con il marito che avrebbe sparato alle gambe dell’aggressore. La vicenda restituisce l’immagine di un territorio nel quale il collasso delle istituzioni rischia di lasciare spazio a sistemi di giustizia privata fondati sulle armi e sulle relazioni tra clan.Le milizie non sarebbero impiegate soltanto contro Hamas. In alcune aree avrebbero partecipato anche all’allontanamento di residenti palestinesi, invitandoli o intimando loro di lasciare le abitazioni e trasferirsi verso zone indicate dalle autorità israeliane. È un aspetto particolarmente delicato. Se venisse dimostrato che gruppi armati sostenuti da Israele partecipano a trasferimenti forzati della popolazione civile, emergerebbero rilevanti questioni di diritto internazionale e di responsabilità per le azioni compiute dalle milizie.Un ufficiale israeliano citato nell’inchiesta ha evocato il precedente di Sabra e Shatila, il massacro compiuto nel 1982 da milizie libanesi alleate di Israele mentre le forze israeliane controllavano l’area. Le due situazioni non sono sovrapponibili, ma il riferimento indica il timore che armare e proteggere formazioni locali significhi assumersi rischi anche per comportamenti che successivamente possono sfuggire al controllo. Un altro problema riguarda la provenienza degli uomini scelti per contrastare Hamas. Secondo funzionari e militari citati nell’inchiesta, tra i comandanti figurerebbero ex capi di bande criminali, trafficanti e personaggi coinvolti nel contrabbando o emersi grazie al collasso dell’ordine pubblico nella Striscia. Il caso più conosciuto è quello di Yasser Abu Shabab, che guidava una milizia nell’area di Rafah ed era diventato uno dei simboli di questa strategia. Dopo la sua morte, il sistema non sarebbe però scomparso. Altre formazioni hanno assunto denominazioni come Forze popolari o Forza d’intervento antiterrorismo e cercano di presentarsi come autorità locali alternative.Alcuni comandanti sostengono di avere sottratto territori ad Hamas e affermano di voler proteggere la popolazione. Nella loro narrazione, il movimento islamista avrebbe sacrificato Gaza agli interessi regionali iraniani e combatterlo significherebbe quindi liberare i palestinesi.Il problema fondamentale rimane quello della legittimità. Questi gruppi non derivano la propria autorità da elezioni o istituzioni palestinesi riconosciute e vengono considerati da una parte della popolazione strumenti della strategia israeliana. La loro influenza dipende soprattutto dalle armi, dalla protezione di cui dispongono e dalla possibilità di controllare sicurezza e distribuzione delle risorse. Dal punto di vista strettamente militare, la strategia israeliana possiede una propria logica. Israele non vuole consentire ad Hamas di tornare a governare Gaza, ma il governo Netanyahu rifiuta anche di affidare la Striscia all’Autorità nazionale palestinese. Un’occupazione diretta e permanente richiederebbe invece un grande numero di soldati, basi, strutture amministrative e risorse economiche.Le milizie locali rappresentano una soluzione meno costosa. Possono raccogliere informazioni, pattugliare aree distrutte, individuare depositi, controllare gli spostamenti e operare in luoghi nei quali l’esercito israeliano preferisce limitare la propria presenza. La conoscenza di famiglie, clan, reti commerciali e percorsi del contrabbando offre loro un vantaggio che un esercito straniero difficilmente potrebbe ottenere. Il vantaggio tattico contiene però un rischio strategico. Una formazione armata creata o sostenuta per combattere Hamas può progressivamente trasformarsi in un centro autonomo di potere, cambiare alleanze, controllare il commercio, imporre tributi o utilizzare le armi ricevute per obiettivi differenti.La storia dei conflitti mediorientali offre numerosi esempi di milizie nate come strumenti temporanei e successivamente diventate protagoniste autonome delle crisi che avrebbero dovuto contribuire a risolvere.A Gaza il rischio è amplificato dalla distruzione dell’economia e delle strutture amministrative. Il potere non deriva soltanto dalle armi, ma dal controllo degli aiuti umanitari, del carburante, dei medicinali, dei corridoi di distribuzione e, in futuro, dei materiali destinati alla ricostruzione. Chi controlla un deposito alimentare o protegge un convoglio può distribuire risorse, costruire fedeltà, imporre pedaggi e accumulare denaro. Le milizie rischiano così di trasformarsi negli intermediari di una nuova economia di guerra.L’eventuale ricostruzione della Striscia mobiliterebbe inoltre ingenti risorse provenienti dagli Stati del Golfo, dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalle istituzioni internazionali. Il controllo del territorio significherebbe quindi anche accesso a contratti, forniture e flussi finanziari.Nasce così una contraddizione. Israele può avere interesse a utilizzare gruppi locali per sottrarre ad Hamas le reti attraverso le quali il movimento esercita il proprio potere sociale ed economico. Le stesse milizie potrebbero però avere interesse a mantenere una situazione di frammentazione nella quale la propria funzione rimanga indispensabile.Gli stessi ufficiali israeliani citati nell’inchiesta non sembrano considerare questi gruppi il nucleo di una futura amministrazione palestinese. Le milizie vengono descritte come uno strumento locale e temporaneo, incapace da solo di sconfiggere Hamas e dipendente dalla protezione israeliana per la propria sopravvivenza. Rimane quindi senza risposta la domanda decisiva: chi governerà Gaza?Se Hamas venisse indebolito senza essere sostituito da un’autorità palestinese riconosciuta e capace di controllare il territorio, la Striscia potrebbe frammentarsi in una serie di aree affidate a comandanti locali dipendenti militarmente da Israele e finanziariamente dagli aiuti esterni.Israele potrebbe ridurre l’impiego diretto dei propri soldati e Hamas perdere parte del controllo territoriale. Il prezzo potrebbe però essere la nascita di una Gaza ancora più frammentata, nella quale quartieri, strade, depositi e campi profughi diventano territori di differenti gruppi armati. Affidare ai clan una parte dell’ordine può offrire una soluzione tattica immediata. Non risolve però il problema politico della Striscia. Senza un’autorità riconosciuta, istituzioni funzionanti e un monopolio legittimo delle armi, il rischio è che la guerra contro Hamas produca non un nuovo governo palestinese, ma un sistema permanente di milizie concorrenti e un’amministrazione del caos.