Quando i leader dei Brics si riuniranno a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre, l’importanza del vertice non dipenderà soltanto dalla dichiarazione finale. Conterà soprattutto chi siederà intorno allo stesso tavolo e, ancora di più, la capacità dell’India di tenere insieme interlocutori che le fratture geopolitiche degli ultimi anni hanno collocato su fronti sempre più distanti.Nella capitale indiana sono attesi il presidente cinese Xi Jinping, quello russo Vladimir Putin e quello iraniano Masoud Pezeshkian, insieme al sudafricano Cyril Ramaphosa, all’indonesiano Prabowo Subianto e ai leader degli altri Paesi membri, oltre ai rappresentanti degli Stati partner e agli invitati dell’outreach indiano.Sarà uno degli incontri politicamente più eterogenei degli ultimi anni, ospitato dalla più grande democrazia del mondo mentre guerre, sanzioni e rivalità strategiche stanno nuovamente spingendo il sistema internazionale verso una logica di blocchi.I numeri spiegano una parte della rilevanza. Gli undici membri — Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Indonesia e Arabia Saudita — rappresentano il 49,5 per cento della popolazione mondiale e circa il 40 per cento del Pil calcolato a parità di potere d’acquisto. A questi si aggiungono dieci Paesi partner e gli Stati coinvolti nel programma di outreach della presidenza indiana.I Brics, insomma, non sono più soltanto l’acronimo coniato all’inizio del secolo per descrivere alcune grandi economie emergenti. Sono diventati uno spazio economico e politico che comprende quasi metà dell’umanità: potenze demografiche asiatiche, produttori di petrolio e gas, grandi economie africane e mediorientali, Paesi latinoamericani e Stati che chiedono maggiore rappresentanza nella governance internazionale.Ma è proprio l’eterogeneità politica del gruppo a rendere Delhi interessante. Il compito dell’India non sarà cancellare le divisioni tra questi Paesi, cosa impossibile, bensì dimostrare che tali divisioni non devono necessariamente impedire il dialogo.L’India tra Putin e XiLa presenza di Vladimir Putin conferirà inevitabilmente al vertice una dimensione che supera i confini dei BRICS. La Russia è ancora in guerra con l’Ucraina e attraversa la più profonda contrapposizione con l’Occidente dalla fine della Guerra fredda. Mosca ha attribuito al conflitto una dimensione civilizzazionale, presentandosi come uno spazio storico e politico distinto impegnato a resistere all’espansione strategica e ideologica occidentale. Si può contestare questa interpretazione, ma non si possono ignorare le conseguenze della guerra: dal riarmo europeo alle sanzioni, dai prezzi dell’energia alla sicurezza alimentare, fino al commercio internazionale e al futuro politico del continente.L’incontro tra Narendra Modi e Putin avrà dunque un peso particolare. Difesa, energia, cooperazione nucleare, tecnologia e commercio rimangono pilastri della relazione indo-russa. L’India continua ad acquistare grandi quantità di energia dalla Russia, mentre Mosca rimane un partner essenziale per le forze armate indiane.Modi dispone però anche di qualcosa che sta diventando sempre più raro: canali politici funzionanti con Mosca, Kyiv, Washington e le principali capitali europee. Può parlare con Putin senza dover fingere che la Russia non abbia invaso l’Ucraina e può, contemporaneamente, approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti senza rinnegare una relazione con Mosca costruita nell’arco di decenni.Delhi offrirà quindi un’altra occasione per ribadire la posizione sostenuta dall’India dall’inizio della guerra: nessuna soluzione duratura potrà essere costruita senza negoziato e diplomazia.Altrettanto significativo sarà un eventuale bilaterale con Xi Jinping. Se confermata, sarebbe la prima visita del leader cinese in India dopo sette anni e dopo lo scontro di Galwan del 2020, che aveva portato le relazioni tra i due giganti asiatici al punto più basso degli ultimi decenni.India e Cina rappresentano insieme circa 2,8 miliardi di persone. Sono rivali strategici e al tempo stesso partner economici difficili da separare. La frontiera himalayana, i rapporti tra Pechino e Islamabad, l’avvicinamento dell’India agli Stati Uniti e al Quad, lo squilibrio commerciale e la competizione nell’Indo-Pacifico continueranno a gravare sulla relazione. Un incontro Modi-Xi non risolverà questi problemi, ma potrebbe riaffermare un principio essenziale: la competizione tra due enormi Stati-civiltà non deve necessariamente trasformarsi in contrapposizione permanente.L’altra guerra arriva a DelhiSe Putin porta nella sala dei Brics la guerra europea, Pezeshkian porta quella del Medio Oriente. Anche il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti viene descritto dai protagonisti in termini esistenziali. La Repubblica islamica presenta la propria lotta come resistenza all’ordine regionale occidentale e israeliano; Israele, partner strategico dell’India, considera invece il progetto militare, nucleare e ideologico iraniano una minaccia alla propria sopravvivenza.Tra queste due visioni si trova una realtà militare sempre più pericolosa. Lo Stretto di Hormuz, le infrastrutture energetiche del Golfo, la navigazione commerciale, il prezzo del petrolio e la sicurezza dell’Oceano Indiano sono esposti a ogni nuova escalation.Per l’India non si tratta affatto di un conflitto lontano. Milioni di cittadini indiani vivono e lavorano nel Golfo, una parte considerevole dell’energia consumata dal Paese proviene dalla regione e anche il corridoio India–Middle East–Europe, l’Imec, dipende dalla stabilità mediorientale.Nuova Delhi mantiene una relazione storica con l’Iran e, contemporaneamente, ha costruito rapporti strategici sempre più profondi con Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati, direttamente esposti alle conseguenze dello scontro con Teheran, sono anche partner dell’India nel formato I2U2 insieme a Israele e Stati Uniti.Questa capacità di accogliere Pezeshkian a Delhi mantenendo rapporti strettissimi con Israele e con il mondo arabo costituisce forse una delle manifestazioni più concrete dell’autonomia strategica indiana. Nuova Delhi non chiede all’Iran di smettere di essere Iran, a Israele di rinunciare alle proprie esigenze di sicurezza o alle monarchie del Golfo di abbandonare i propri interessi come condizione preliminare al dialogo.A rendere ancora più complesso il quadro contribuisce il patto firmato il 7 agosto alla Mecca da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che prevede che un attacco contro uno dei tre firmatari venga considerato un attacco contro tutti. Il richiamo politico all’Articolo 5 della Nato è evidente, sebbene l’accordo invochi formalmente il diritto all’autodifesa collettiva previsto dalla Carta delle Nazioni Unite.La combinazione delle capacità dei firmatari non è trascurabile: la Turchia possiede il secondo esercito più grande della Nato, il Pakistan è una potenza nucleare e l’Arabia Saudita aggiunge immense risorse finanziarie, influenza religiosa e una posizione centrale nel sistema energetico mondiale.Sarebbe prematuro parlare di una “Nato islamica”. Ankara rimane nell’Alleanza Atlantica, Riyadh conserva una profonda relazione di sicurezza con Washington e i tre Paesi non hanno interessi coincidenti su ogni dossier. Ma la nascita di un meccanismo militare organizzato tra Ankara, Riyadh e Islamabad modifica gli equilibri di uno spazio che va dal Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano.E pone una questione anche ai Brics: Iran, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto appartengono allo stesso raggruppamento; la Cina è uno dei maggiori partner strategici dell’Iran; l’India mantiene relazioni sostanziali con quasi tutti gli attori coinvolti. I BRICS non possono risolvere le guerre del Medio Oriente, ma possono contribuire a impedire che l’assenza di dialogo renda inevitabile la prossima escalation.BRICS e Quad: il senso dell’autonomia strategicaÈ qui che la presidenza indiana mette in discussione una delle letture più semplicistiche della geopolitica contemporanea: l’idea che una maggiore partecipazione ai Brics comporti necessariamente un allontanamento dall’Occidente.Negli stessi anni in cui ha rafforzato la propria presenza nei Brics, l’India ha approfondito i rapporti con Stati Uniti, Giappone e Australia, i suoi tre partner nel Quad. La cooperazione comprende sicurezza marittima, difesa, tecnologie strategiche, minerali critici, catene di approvvigionamento e stabilità dell’Indo-Pacifico.L’India siede dunque nel Quad con Stati Uniti, Giappone e Australia e nei Brics con Cina, Russia e Iran. Non è una contraddizione, ma l’evoluzione del non-allineamento indiano nella forma dell’autonomia strategica.Nuova Delhi non deve diventare antiamericana per parlare con Putin, antirussa per lavorare con Washington, filocinese per partecipare ai Brics o antioccidentale per chiedere una maggiore rappresentanza del Sud globale.Gli Stati Uniti saranno il grande assente dal tavolo di Delhi, ma non necessariamente l’avversario. Uno dei compiti più difficili della presidenza indiana sarà proprio impedire che i Brics diventino un’alleanza ideologica antioccidentale. Russia, Cina e Iran possono avere interesse a spingere il gruppo in quella direzione; l’India ha un interesse altrettanto forte a impedirlo. Per Nuova Delhi, multipolarità non significa sostituire un’egemonia con un’altra.La diplomazia segue l’economiaDelhi, infine, non sarà soltanto diplomazia. Accanto agli incontri politici si svolgerà un vasto programma economico e imprenditoriale dedicato a infrastrutture, energia, tecnologie, manifattura, investimenti e catene di approvvigionamento.L’obiettivo indiano è trasformare il peso demografico dei Brics in capacità economica: più investimenti, filiere più resilienti, maggiore integrazione tra i Paesi del Sud globale e istituzioni internazionali meno dipendenti dalle priorità occidentali.Proprio questa dimensione mostra perché ridurre i Brics a un progetto antioccidentale sarebbe controproducente. Le imprese hanno bisogno di rotte sicure, energia accessibile, mercati aperti, sistemi finanziari funzionanti e stabilità politica. La guerra distrugge queste condizioni.La presidenza indiana ha scelto come tema “Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability”, collegandolo alla visione di Modi di “Humanity First”. Il vertice del 12 e 13 settembre sarà il banco di prova di quelle parole.Quasi metà dell’umanità sarà rappresentata nella stessa stanza. Alcuni partecipanti sono in guerra. Altri si considerano rivali strategici. Altri ancora appartengono contemporaneamente a organizzazioni e intese che sembrano guardare in direzioni opposte.Ed è forse questo il significato politico più interessante di Delhi. Non il fatto che questi Paesi abbiano trovato un accordo, perché su molte questioni non lo hanno trovato affatto, ma che possano ancora parlarsi.Non è neutralità. È la scelta deliberata di mantenere aperti i canali tra mondi che rischiano di non comunicare più.I Brics devono ora decidere cosa fare del proprio peso. Possono diventare un altro luogo nel quale riprodurre le contrapposizioni esistenti, questa volta con segno rovesciato. Oppure possono offrire uno spazio nel quale Stati con interessi radicalmente diversi continuino a cercare ciò che ancora li unisce.Non può esserci resilienza in uno stato di guerra permanente, né innovazione quando le catene di approvvigionamento vengono spezzate, né sostenibilità quando una parte crescente delle risorse mondiali viene destinata al riarmo. Il mondo non ha bisogno di un altro blocco che si prepari alla prossima guerra. Ha bisogno di luoghi nei quali la prossima guerra possa ancora essere evitata. È per questo che Delhi conta.