Se fossi al posto del sottosegretario Alfredo Mantovano, quando martedì si riunirà, al capezzale dell’ex Ilva, il tavolo permanente da lui presieduto, non esiterei a fare una battuta, magari politicamente scorretta, ma liberatoria. Quando i sindacalisti sosterranno che occorre evitare l’esplosione di una bomba sociale, avendo la Corte di Appello di Milano respinto la richiesta di sospensione dell’ordinanza che imponeva la chiusura entro ottobre dell’ultimo altoforno sopravvissuto nello stabilimento di Taranto, nei panni di Mantovano risponderei: “Non dica così. Quando c’è la salute…”. In fondo, nessuno ha criticato le motivazioni in base alle quali il Collegio ha confermato la sua precedente decisione e rigettato il ricorso.Rileggiamo le frasi fatidiche prima che siano scolpite sul bronzo: “Nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”. Il fatto è che nella vicenda dell’ex Ilva non era in gioco una generica attività di impresa (lo stabilimento era da anni semifallito, aveva ridotto ai minimi termini “l’attività di impresa” e abbandonato la naturale aspirazione a fare profitti. È toccato allo Stato erogare il fabbisogno per continuare a produrre sia pure ben al di sotto degli standard ipotizzati. Per collocare l’ukase giudiziario nella giusta prospettiva sarebbe stato più corretto affermare che, secondo i giudici, tra la tutela della salute e la sopravvivenza dignitosa di una comunità nel lavoro e nel reddito, è sempre il primo aspetto a dover prevalere nella gerarchia delle priorità. Ma è insensato ammazzare una realtà produttiva viva e vitale, per poter risanarne il cadavere. Il broccardo “Fiat iustitia et pereat mundus” è soltanto un paradosso fondamentalista, perché non c’è nessuno a cui rendere giustizia in un deserto.Sul punto della tutela della salute, poi, ci sarebbe da discutere, perché l’essere umano si pone il problema del suo rapporto con la tecnologia fin da quando ha scoperto l’uso del fuoco. Da allora fino ai nostri giorni è sempre esistito un saldo rapporto, spesso conflittuale, tra l’essere umano e l’ambiente in cui vive. Soprattutto nella società industriale con l’avvento delle macchine. Il progresso, negli ultimi decenni, nell’intento di superare le violenze del passato sulla natura, ha cercato di rendere compatibile la convivenza tra l’attività produttiva delle macchine e l’ambiente all’interno e all’esterno delle fabbriche. Dandosi delle regole. Oggi, la tutela della salute è un obiettivo delle direttive europee e delle leggi nazionali che stabiliscono i limiti alle emissioni inquinanti delle automobili, delle centrali termoelettriche, degli impianti siderurgici, della chimica e di tutte le altre attività.Le tecnologie di produzione industriale nella Ue sono stabilite sulla base degli obiettivi di protezione della salute identificati a quel livello in accordo con l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma, nello stabilire i relativi parametri, gli obiettivi di risanamento ambientale non possono non essere ragguagliati ad altre esigenze riguardanti i diversi settori produttivi, come i problemi di ammortamento degli impianti, di risorse da investire, di coordinamento tra i diversi Paesi. Soprattutto, i sistemi produttivi hanno necessità di avere dei riferimenti precisi e uniformi, ai quali attenersi, per essere considerati in regola. È questo fondamentale concetto di convivenza che è stato messo in discussione a Taranto per quel solo stabilimento violando i principi di gradualità e di equilibrio, difficili da gestire ma indispensabili. Basta ricordare che l’industria automobilistica europea è stata obbligata, in circa 30 anni, a cambiare drasticamente le tecnologie motoristiche, al pari dell’industria di raffinazione per quanto riguarda i combustibili con l’obiettivo di tutelare l’ambiente e la salute.Ma il cambiamento è proceduto per gradi sulla base di regole uniformi che divenivano di volta in volta non l’indicatore di una sicurezza assoluta, ma uno standard sostenibile e progressivo a cui attenersi in un quadro di certezza del diritto. Mettiamo il caso che, in un giorno qualsiasi, la Procura di una grande città si accorga – osservando i dati delle centraline che rilevano l’intensità delle polveri sottili nell’aria – che il livello di inquinamento ha superato (come avviene sovente) gli standard ritenuti compatibili (si tratta pur sempre di condizioni che non fanno certo bene alla salute anche quando sono conformi a limiti considerati accettabili sulla base delle regole vigenti). E che, in conseguenza di tali constatazioni, un pm zelante emetta un’ordinanza di sequestro di tutte le auto quali corpi del reato (come accadde ai prodotti finiti dell’ex Ilva per un valore di 1,5 miliardi), comprese le vetture in regola con le ultime prescrizioni europee, perché anch’esse inquinano seppur con minore intensità. La stessa procura, a un certo punto potrebbe arrivare al sequestro, sine die, degli impianti della Fiat/FCA, almeno fino a quando, a suo esclusivo avviso, le tecnologie usate non fornissero la garanzia – secondo parametri del tutto discrezionali – di un’adeguata tutela della salute. Una siffatta linea di condotta – con la forzatura ideologica che condannava il motore a scoppio a favore di quello elettrico – ha determinato la crisi dell’automotive contro la concorrenza cinese.A Taranto, il tribunale arrivò persino a condannare in primo grado una reliquia della sinistra come Nichi Vendola, allora presidente della regione, per l’accusa di aver fatto pressioni sull’Arpa della Puglia, l’istituzione competente a monitorare la congruità ambientale, perché venissero dati pareri favorevoli sulla corrispondenza degli impianti e delle emissioni ai parametri europei. Un pm arrivò ad affermare nel corso del giudizio una frase aberrante: “Come possiamo dire ad una madre che ha perso il figlio che tutto era in regola?”. Ad osservare le statistiche dei decessi per motivi oncologici, Taranto non rientra tra le prime dieci città italiane. Quanto alle polveri sottili – la cui presenza è stata la causa della ordinanza della Corte d’Appello milanese – è dimostrato che sono più elevati i livelli a Milano di quelli ritenuti pericolosi a Taranto.Una linea di condotta discutibile della magistratura ha dato l’avvio al declino inarrestabile di un’impresa sana e produttiva, ad un’acciaieria tra le più grandi in Europa che copriva gran parte del fabbisogno dell’industria nazionale. Anche i sindacati che oggi chiedono al governo soluzioni per l’emergenza sociale che si annuncia sono rimasti adescati da una linea “politicamente corretta”. Succubi del mito della infallibilità delle procure non hanno mai osato mettere in discussione i loro atti. Nessuno ha criticato, ad esempio, la sentenza della Corte d’Appello meneghina, (oggettivamente provocatoria perché non si può chiedere l’impossibile, il risanamento in 90 giorni dall’amianto) come condizione per non chiudere bottega. Poi costretti a misurarsi con l’intransigenza bucolica degli ambientalisti d’antan, i dirigenti sindacali – anche quelli più radicali – sono andati in crisi, mostrando un’enorme coda di paglia, che li ha resi incapaci di spiegare che produrre l’acciaio non è come coltivare le rose (anche se, in floricultura, bisognerebbe stare in guardia nell’uso dei fertilizzanti) o confezionare caramelle e uova pasquali. Paradossalmente hanno finito per portare avanti anche le rivendicazioni dei genitori tarantini nel tentativo di trovare una mediazione con le loro istanze, senza capire che a loro non importava nulla delle posizioni sindacali.Nei provvedimenti di sequestro non si volle tener conto delle migliorie apportate ai cicli produttivi negli anni precedenti. E soprattutto si è impedito in ogni modo di avviare operazioni di risanamento, perché lo stabilimento doveva essere chiuso e basta. Come ha scritto in un editoriale sul Foglio Claudio Cerasa il caso ex Ilva rappresenta l’autobiografia della nazione, dove l’ambientalismo ideologico supportato da una magistratura senza briglie, un sindacato miope e una politica inadeguata e opportunista ha reso possibile il collasso dell’acciaieria più importante d’Europa. Bene che vada, dopo tante traversie, potrà sopravvivere l’area a freddo a cui è interessata la cordata italiana promossa da Federacciai. Questa prospettiva cambierebbe la natura dello stabilimento che si metterebbe a lavorare semilavorati di acciaio (bramme) prodotte altrove, richiederebbe una robusta partecipazione pubblica nonché un piano di ammortizzatori sociali inedito nelle sue dimensioni e durata.Giorgia Meloni ha promesso l’impegno del suo governo per un negoziato ad oltranza, ma ha voluto prendere le distanze dalle gestioni del passato. Peccato, però, che Adolfo Urso (messo nella vigna a far da palo) si è prefisso durante i quattro anni in cui è titolare del ministero delle Imprese e del Made in Italy, di correre la cavallina dell’acciaio green senza rendersi conto che si tratta di un ossimoro insensato. È stato l’ultimo a liquidare Arcelor Mittal, che rappresentava la prospettiva più seria, poi ha tergiversato in giri di valzer con possibili acquirenti, senza approdare – almeno per ora – a nulla di concreto.Se posso permettermi un suggerimento, in questa legislatura sono state istituite molte commissioni di inchieste su vari argomenti. Non sarebbe male pensare – magari nella prossima legislatura – anche al varo di una commissione bicamerale che approfondisca le ragioni e le responsabilità che hanno portato a trasformare un centro industriale importante a divenire la capitale di Giochi del Mediterraneo e ad esportare cozze pelose anziché acciaio fuso. Nei giorni scorsi mentre tutti erano al capezzale dello stabilimento, degli anonimi si sono incaricati di far pervenire a Palazzo Chigi un servizio fotografico scattato da un aereo dal quale emergerebbe chiaramente che “l’acciaieria di Taranto è un rottame costosissimo da rimettere a norma e una bomba ecologica che nessun nuovo proprietario può disinnescare”. Insomma, l’ex Ilva deve morire. E basta. Sono stati accontentati.