POKHARA — Un soffio d’aria fredda dal fondo della montagna. È quello che i soccorritori nepalesi hanno sentito scavando nella galleria dell’impianto idroelettrico Trishuli 3A, ostruita da fango, acqua e roccia dopo le alluvioni monsoniche: una sacca d’aria, individuata vicino al punto in cui si ritiene siano intrappolati sei operai, riferisce il New York Times. Se l’aria circola, laggiù si può respirare. E si può sperare.La galleria corre sotto il distretto di Rasuwa, zona himalayana remota al confine con il Tibet cinese, lungo il fiume Trishuli. È qui che si consuma una delle emergenze più gravi della stagione dei monsoni asiatica: da giorni le squadre di soccorso — militari, tecnici, operai dei cantieri vicini — avanzano metro dopo metro dentro il tunnel, contro il fango che continua a scendere dalla montagna.Perché centinaia di uomini lavorano sottoterra, in mezzo alle montagne? Il Nepal ha affidato il proprio futuro energetico all’acqua dei fiumi glaciali: le centrali funzionano con tunnel «di derivazione», gallerie scavate nella roccia che deviano il fiume verso le turbine. Nei cantieri, dentro quelle gallerie, lavorano squadre intere. Quando il monsone gonfia i fiumi e la montagna frana, le vie d’uscita si chiudono. Il cantiere diventa una trappola.C’è un precedente che alimenta la speranza, ed è recente. Venerdì 4 settembre, nove giorni dopo le alluvioni, due operai sono stati estratti vivi da un tunnel dello stesso impianto: Sanjay Sah, 30 anni, caposquadra meccanico, e Kabir Maharjan, 45, supervisore. Con loro, l’esercito nepalese ha recuperato anche un corpo. Nove giorni sottoterra, e ne sono usciti camminando.Le voci nella galleriaUno dei due salvati ha raccontato di aver resistito al buio «recitando mantra per darmi speranza», e di aver sentito, nei giorni della prigionia, le voci di altri intrappolati che chiedevano aiuto. Anche i soccorritori dicono di sentirle ancora, quelle voci, dal fondo della galleria. È il dettaglio che tiene in piedi l’intera operazione: non si scava per recuperare corpi, si scava per rispondere a qualcuno.Ma la storia dei sei di Rasuwa è solo il fotogramma più nitido di un disastro molto più vasto. Secondo l’autorità statale nepalese per la gestione dei disastri e i funzionari locali, oltre 900 operai risultano dispersi in una dozzina di progetti idroelettrici colpiti dalle piene, e circa 500 di loro si ritengono intrappolati nei tunnel. Le alluvioni hanno lasciato migliaia tra morti e dispersi in tutta la regione himalayana. Il conto, in altre parole, non riguarda una galleria: riguarda il modello stesso con cui il Paese ha costruito le sue centrali, appese a fiumi che il monsone rende ingovernabili.Intanto, a Rasuwa, il tempo corre contro tutti. I siti sono remoti, raggiungibili solo con ore di marcia o con gli elicotteri quando le nuvole lo permettono; il maltempo persiste e ogni nuova pioggia rischia di richiudere quel che si è aperto. La sacca d’aria dice che vicino ai sei operai si può respirare. Non dice da quanto tempo, né per quanto ancora. È su questo — sulla distanza tra il soffio d’aria e sei uomini vivi — che si gioca lo scavo delle prossime ore.