A votare contro sono stati in sei: Luigi Marattin e i liberaldemocratici, più i deputati di Futuro Nazionale, il partito del generale Vannacci. Tutti gli altri, 218, hanno detto sì. È la notizia nella notizia: la nuova legge sul cinema, prima firmataria la segretaria del Pd Elly Schlein, viene approvata alla Camera con una maggioranza bulgara e trasversale. Maggioranza e opposizione, quelle che un minuto prima se le stavano dando di santa ragione, ritrovano improvvisamente la concordia quando sul tavolo c’è da costruire una nuova Agenzia e, soprattutto, da amministrare risorse pubbliche.A pensarci bene, però, non c’è nulla di miracoloso. Il partito della spesa, quando si tratta di spendere, un accordo lo trova sempre. Il cinema è cultura, certo, ma è anche industria, lavoro e soprattutto incentivi: basta pronunciare la parola «sostegno» perché le distanze ideologiche si riducano fino quasi a sparire. Schlein ha parlato di «una storica legge sul cinema», ricordando l’appello di Pupi Avati a lavorare oltre gli schieramenti. Appello raccolto, almeno sulla carta. Ma 218 voti favorevoli restano un fatto politico raro, e un Parlamento che approva quasi all’unanimità una legge di iniziativa dell’opposizione merita, prima dei titoli di coda, qualche domanda.Duecento milioni in più, e nessuno protestaOgni sessione di bilancio porta con sé il solito teatro di polemiche sui presunti tagli alla cultura, ma la realtà dei numeri smentisce puntualmente la retorica del piagnisteo di settore. Il ministero della Cultura ha infatti trovato la formula per ripristinare e persino incrementare la dotazione del Fondo per il cinema e l’audiovisivo, aggiungendo altri 200 milioni di euro attraverso il decreto Infrastrutture e Pnrr. L’ennesimo espediente contabile per tenere in vita un meccanismo di sussidi a pioggia, che dimostra come l’attuale esecutivo prosegua, su questo fronte, in perfetta continuità con la linea del passato.I numeri raccontano più di qualsiasi dichiarazione: la dotazione del Fondo salirà a 660 milioni di euro per il 2026 e a 650 milioni per il 2027, per poi assestarsi sulla quota “base” di 500 milioni a decorrere dal 2028. Una cifra già consistente, che però nulla garantisce resterà tale: la storia recente insegna che gli aumenti “temporanei” tendono a diventare permanenti tramite i soliti interventi d’urgenza. Attraverso lo strumento del tax credit, lo Stato continuerà nel frattempo a finanziare a fondo perduto pellicole prive di qualunque riscontro al botteghino, e che spesso veicolano un’impostazione culturale ben distante da quella che una maggioranza a trazione conservatrice e liberale dovrebbe, quantomeno, smettere di sovvenzionare con i soldi dei contribuenti.Un trasloco di poltrone, non una riformaIl testo approvato in Aula non scardina affatto la logica del contributo pubblico: si limita a riorganizzare la burocrazia che lo gestisce. La protagonista del nuovo film è l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo, destinata a subentrare alla Direzione generale Cinema del ministero a partire dal 2028. L’obiettivo dichiarato è separare l’indirizzo politico dalla gestione tecnica, con maggiore autonomia e trasparenza. Ma il confine fra riforma e duplicazione è sottile, e bisognerà capire con precisione che cosa resta al ministero e che cosa passa all’Agenzia. Altrimenti si rischia il classico corto circuito della pubblica amministrazione italiana: per semplificare si crea un nuovo organismo, per coordinare si aggiungono livelli, per risparmiare si scopre che bisogna mantenere due macchine invece di una.L’Agenzia nascerà «senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Bene, si dirà. Ma un ente con cda, direttore, personale e apparato amministrativo non si mantiene col fotovoltaico: quanti soldi, alla fine, resteranno davvero per fare film? Si guarda al modello europeo, in particolare al Cnc francese, ma l’Agenzia italiana manterrà un legame stretto con i ministeri: il direttore sarà nominato con decreto del Presidente della Repubblica, previo parere parlamentare a maggioranza qualificata, mentre il ministero della Cultura conserverà vigilanza strategica e programmazione triennale. Autonoma, dunque, ma non troppo. E accanto all’Agenzia nascerà anche un Forum del cinema, ponendo le premesse per l’ennesimo tavolo consociativo: invece di smantellare l’impalcatura assistenziale e restituire centralità al mercato, si crea un nuovo ente statale che continuerà a far gravare sui contribuenti il peso di un comparto ancora incapace di camminare sulle proprie gambe.Leggi anche:Cinema Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nullaCinema, i David snobbano Zalone e premiano i film girati a nostre speseCinema, è braccio di ferro Giuli-GiorgettiLa logica del circolettoPer capire l’inefficienza strutturale di questo sistema basta osservare come il settore si auto-assegni prestigio e risorse. L’ultima edizione dei David di Donatello ne è la fotografia perfetta: la pellicola Le città di pianura di Francesco Sossai ha fatto incetta di riconoscimenti, con 16 nomination e 9 statuette conquistate, fra cui Miglior Film e Miglior Regia, pur avendo incassato al botteghino appena 800mila euro, a fronte di oltre 900mila euro fra contributi pubblici e tax credit. È l’emblema di una logica da circoletto e di amichettismo che domina la cinematografia nazionale, dove il giudizio del pubblico pagante finisce totalmente subordinato al gradimento delle commissioni e dei salotti d’area. Anche la nuova commissione incaricata di valutare i progetti per i contributi selettivi concentrerà un potere non da poco: decidere quali opere finanziare significa decidere, di fatto, quale cinema italiano sostenere e quale no.Marattin, la motosega mancata e l’«Afuera!» di MileiIn Aula, Marattin ha usato l’ironia per dire quello che le cifre avevano già detto da sole. «Presidente, le confesso che io sono stato molto tentato a presentarmi in quest’aula con una motosega. Non sapevo come passare il metal detector, però, e allora ho rinunciato», ha esordito, evocando senza troppi giri di parole il simbolo delle sforbiciate alla spesa pubblica di Javier Milei. «Quanto siete belli! Il partito unico della spesa pubblica», ha proseguito, notando che su questo tipo di provvedimenti «non c’è né destra né sinistra: c’è il partito unico della spesa pubblica».Il punto tecnico sollevato da Marattin è lo stesso che la vicenda porta con sé fin dall’inizio: il provvedimento avrebbe avuto senso «se con questo provvedimento si fosse soppressa la Direzione Generale Cinema del Ministero della Cultura e si fosse contestualmente creata una nuova agenzia». Invece, ha spiegato, «quello che state facendo qui è creare soltanto un doppione che assorbe più risorse dalle tasse dei cittadini». Al collega pentastellato Amato, che in Aula aveva rassicurato tutti sostenendo che «le risorse sono le stesse, le spostiamo», Marattin ha risposto snocciolando i numeri dell’emendamento 3.500, appena approvato dalla stessa maggioranza: la nuova Agenzia avrà «una dotazione organica di 197 persone, di cui solo 84 trasferite dalla Direzione Generale Cinema». Le altre 113, dunque, andranno assunte ex novo. «Quando ci sono due che fanno la stessa cosa si crea più caos, non meno caos», ha concluso su questo punto.Non è mancata la stoccata culturale alla segretaria Schlein, che nel suo intervento aveva citato una frase sulla sceneggiatura da riscrivere da capo dopo cinque anni chiusa in un cassetto. Marattin ha risposto evocando Čechov – «prendi qualcosa della vita reale di ogni giorno, senza trama e senza finale» – per poi tirare le somme senza troppa poesia: «Il finale che qui abbiamo è un Paese che non ce la fa a non usare la spesa pubblica come mezzo di conquista e retribuzione del consenso politico». Un Paese, ha aggiunto, dove finché non si smette con questa logica le tasse «soprattutto sul ceto medio e produttivo» non si riusciranno mai davvero ad abbattere. La chiusa è un prestito diretto dal vocabolario del presidente argentino: «Come posso chiudere se non, presidente, con “Afuera!”».Almeno, prima di allentare ulteriormente i cordoni della borsa, sarebbe il caso di cambiare copione: fissare un budget, imporre regole trasparenti, guardare ai risultati. Non perché il cinema debba essere giudicato solo al botteghino, ma perché prima di premiare un film con i soldi di tutti sarebbe utile sapere se qualcuno, in sala, è davvero disposto a pagare il biglietto.Enrico Foscarini, 11 settembre 2026L'articolo Cinema: il partito unico della spesa regala 200 milioni proviene da Nicolaporro.it.