Una personalità sicura delle proprie idee, che parlava per convinzione e non per convenienza, e che oggi avrebbe fatto comodo a tutti gli schieramenti politici perché ne avrebbe alzato il livello. Walter Verini, senatore del Pd vicino a Veltroni ricorda così Emma Bonino, scomparsa oggi a 78 anni, riprendendo il filo da quando il Pci si trovò per la prima volta dinanzi alla velocità con cui i Radicali proponevano temi sociali essenziali in un’Italia in rapido cambiamento. Fino a quella domenica del 2018 in cui Verini chiese al Pd di candidarla al Quirinale.Qual è il suo ricordo di Emma Bonino?Nonostante non fossimo amici stretti né avessimo avuto grandi occasioni di frequentazioni, posso dire che ha pesato molto nella formazione politica della mia generazione, assieme a Marco Pannella. Io ero un giovane comunista e vedevo i radicali con una sorta di “amore e odio”: sono due parole eccessive però spiegano quel quadro. I radicali erano una specie di mosche della politica per noi comunisti che eravamo più pesanti e più strutturali: li ammiravamo per la loro libertà intellettuale, visto che erano molto più attenti a temi che la mia cultura politica dell’epoca, quella del Partito Comunista Italiano, non considerava prioritari, ponendoli nella scala gerarchica dopo i grandi temi sociali. Per cui il mio rapporto negli anni è stato di una sorta di ammirazione per le battaglie radicali di Bonino, battaglie che poi abbiamo fatto insieme. La mia prima in assoluto fu quella del divorzio, fino alla campagna elettorale per il referendum sulla legge 194.Quanto pesava la libertà come elemento politico e come la viveva?Da un lato ammirazione per la bellezza e la libertà con cui conducevano certe battaglie, dall’altro un po’ di “fastidio” per l’agilità e la contemporaneità dei Radicali su certi temi di una società che cambiava: la legalizzazione delle droghe leggere, la libertà delle donne di scegliere se fare un figlio e il divorzio. Erano battaglie che io sentivo giuste, ma il mio partito le considerava secondarie.In seguito in Aula le vostre strade si sono incrociate più volte…Da parlamentare ho lavorato a stretto contatto con Walter Veltroni e ho preso parte ad alcuni incontri con delegazioni di Radicali e lì ho ammirato un altro suo aspetto: la proiezione istituzionale delle battaglie di Pannella. Mentre quest’ultimo era il visionario che lanciava la grande battaglia, spesso anche con toni e modi politicamente scorretti, Bonino poi dava proiezione istituzionale a quelle suggestioni e a quei grandi valori. L’ho ammirata perché traduceva in concretezza e radicalità i valori: le due cose devono stare insieme. In caso contrario si rischia l’astrattismo.Nel 2018 lei propose al Pd di candidare Bonino al Colle: per quale motivo?Era una domenica pomeriggio, la ricordo bene, attendevo come al solito la partita della mia Inter e mi venne in mente questa idea, che fu poi ripresa dall’allora direttrice dell’Huffington Post Lucia Annunziata, che la tenne in apertura per tutto il giorno. E divenne così un tema. In quel momento secondo me c’era bisogno non di contrapporre altre proposte, ma una figura che avesse ampio respiro: in fondo era stata commissaria europea nominata da Berlusconi, però al tempo stesso era stata al governo con il centrosinistra e con Prodi, quindi aveva avuto la sua vita politica, assieme alla sua storia e alle sue battaglie molto libere e non incasellate. E avendo collaborato con due governi diversi, ciò ne facevano una figura di garanzia. Oggi il coro di dolore e di vera commozione, molto generalizzato, conferma la bontà della sua figura.La presidente del consiglio, Giorgia Meloni, nel suo messaggio, ha osservato che è stata per “decenni una voce forte e riconoscibile della politica italiana, portando avanti le sue idee con determinazione”.Questa identità per Bonino non era un muro, ma un ponte proprio perché era sicura e forte delle sue idee e convinzioni, che significano ideali e anche identità. Oggi parole come dubbio e dialogo con il diverso sono per me fondamentali. E Bonino cercava, con la forza delle sue convinzioni e delle sue idee, di convincere gli altri senza paura di contaminarsi. Il tutto discutendo anche con l’irruenza dei Radicali, una loro tipica caratteristica. Si sentiva che lei faceva battaglie perché ci credeva e non perché le venissero imposte o per proprio tornaconto.Oggi una figura come Emma Bonino a capo del centrosinistra quali vantaggi avrebbe e quali difetti?Una leader con il profilo di Bonino avrebbe portato il pragmatismo: ovvero, solo chi condivide dei principi in politica estera in economia o diritti civili sociali poi si allea, si sta insieme per uno scopo e non per spartirsi il potere. Già questo dovrebbe essere l’abc di qualsiasi alleanza politica, per cui avrebbe chiesto a chi condivide quei valori di stare assieme per provare a vincere le elezioni e ad attuare quegli impegni davanti al popolo. Bonino era, da questo punto di vista, una garanzia assoluta e ciò è importante perché senza quella garanzia poi la gente fugge dalla politica. E poi oggi non ci sarebbe stato bisogno di fare le primarie, perché Bonino sarebbe stata certamente una figura autorevole. Dopodiché, non nascondo che certe sue posizioni, che io condivido molto sull’Ucraina, sugli Stati Uniti d’Europa e anche sulla necessità della difesa europea, da qualcuno non sarebbero oggi condivise. Personalmente concordavo sulle sue posizioni in politica internazionale anche sulle donne perseguitate in Afghanistan, in Iran, sulle tante battaglie che ha fatto per l’emancipazione delle donne dei Paesi di religione islamica. Da questo punto di vista molti sono gli elementi che l’avrebbero incoronata come leader ideale e naturale. Ma ce ne avessimo di figure come Bonino, in qualunque schieramento: si alzerebbe il livello complessivo della politica.