Chi crede ancora nella politica come guida concreta della società dovrebbe avvertire l’urgenza del momento: o cambia, o sarà sostituita. E la storia insegna che quando una classe dirigente rinuncia a comprendere il proprio tempo, a governarne le fratture e a dare voce alle inquietudini collettive, il vuoto non resta vuoto. Viene occupato quasi sempre da realtà peggiori. I popoli che smarriscono il senso della responsabilità comune finiscono per consegnarsi a chi promette ordine senza libertà, protezione senza partecipazione, futuro senza fatica.È questo il pericolo che dovremmo riconoscere prima che sia troppo tardi.Il problema del populismo, infatti, non è soltanto aver promesso troppo, ma aver costruito quasi nulla. La stagione del bipopulismo lascia un bilancio impietoso: grande abilità nell’intercettare la rabbia, scarsissima capacità di trasformarla in partecipazione, coesione sociale, responsabilità.Si è creduto che bastasse occupare la scena, indicare colpevoli, proclamare rotture. Ma il cambiamento non nasce dall’urlo né si decreta dall’alto. Richiede una società capace di organizzarsi. Proprio ciò che la politica plebiscitaria teme: il cittadino che partecipa è molto meno manipolabile del cittadino che applaude.Qui sta il fallimento del bipopulismo. Ha raccolto sfiducia senza convertirla in impegno, corteggiato la solitudine senza ricostruire comunità, invocato il popolo impoverendone la funzione politica. Un popolo chiamato soltanto ad approvare o punire non è sovrano: è pubblico.La questione torna allora alla coesione sociale. Non la stucchevole retorica del “fare comunità”, ma legami, poteri e responsabilità diffusi. La Dottrina sociale indica un principio formidabile: la sussidiarietà. Ciò che cittadini, famiglie, associazioni, cooperative, corpi intermedi possono realizzare non deve essere confiscato dall’alto; le istituzioni devono sostenerlo e integrarlo.Sussidiarietà non è uno Stato che fugge. È una democrazia che allarga i luoghi nei quali si esercita responsabilità.Occorre che i cittadini cessino di essere utenti e tornino a concorrere alla progettazione e al governo dei servizi. Welfare di comunità, volontariato, mutualità, associazionismo, cooperazione e rappresentanza del lavoro possono affiancare le istituzioni locali, correggerne deviazioni, colmarne insufficienze, intercettare bisogni che la burocrazia spesso scopre quando sono già emergenze.È in questo governo diffuso che la partecipazione cessa di essere liturgia e diventa cittadinanza. Partecipare non significa applaudire un capo o indignarsi a comando. Significa assumersi una parte del peso della comunità.Quando i legami sociali cedono, crescono paura e impotenza; quando paura e impotenza si incontrano, il demagogo trova il suo mercato: fabbrica un nemico e vende delega in cambio di protezione.L’antidoto non è un populismo più presentabile. È una democrazia più partecipata. La sussidiarietà ne è l’infrastruttura: distribuisce responsabilità dove il populismo accumula rancore, costruisce comunità dove esso raduna moltitudini, genera protagonisti dove pretende seguaci.La politica scelga, dunque: tornare a organizzare la responsabilità collettiva o prepararsi a essere travolta da chi saprà organizzare la paura.