Ranucci, quando finiscono le ferie delle femministe?

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La vicenda dell’attentato-farsa attribuito a Lavitola ai danni di Ranucci ha prodotto un effetto collaterale tutt’altro che irrilevante: ha scavato oltre il personaggio televisivo e ha portato sotto i riflettori la persona. Sigrfido in purezza. E, insieme a lui, una serie di episodi, dichiarazioni e frequentazioni che pongono una domanda scomoda: il metro con cui giudichiamo certi comportamenti vale davvero per tutti?Da settimane si discute delle relazioni dell’ex conduttore di Report con colleghe, collaboratrici e donne incontrate nell’ambito della sua attività professionale. Questioni che in altri casi hanno prodotto montagne di retorica, commenti sul consenso, sul potere e la solita manfrina sul patriarcato. Stavolta, invece, il dibattito sembra procedere con il freno a mano tirato.Nell’analisi di un doppiopesismo che conosciamo bene ma che fa ridere ogni volta ci guida il libro autobiografico pubblicato da Ranucci nel 2024, “La scelta”, un volume nel quale il giornalista, sposato e padre di tre figli, racconta diverse relazioni extraconiugali, comprese alcune nate nell’ambiente professionale. C’è “Karoline”, la stagista svizzera di Report che “raggiunge l’orgasmo in pochi minuti”, descritta attraverso particolari sessuali estremamente espliciti e che – secondo quanto riportato nel libro – dopo aver scoperto un messaggio romantico indirizzato a Ranucci da un’altra donna sarebbe scappata di casa e sarebbe stata investita da un SUV, morendo sul colpo. Quando Alessandro Masala gli chiese perché avesse scelto di raccontare anche una scena sessuale con lei, Ranucci rispose: «Scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fà?». Ancora, c’è “Emilia”, una docente diventata fonte di un’inchiesta giornalistica; e c’è “Lavinia”, responsabile della comunicazione di un imprenditore che avrebbe voluto ottenere un’intervista. A ciò si aggiunga il racconto della giornalista Angela Camuso, che ha riferito di aver incontrato Ranucci per proporsi come collaboratrice di Report e di aver ricevuto successivamente messaggi contenenti complimenti, apprezzamenti e inviti a incontri in tarda serata, e la lettera anonima arrivata nel 2021 ai vertici Rai che accusava Ranucci di aver favorito l’assunzione di alcune giornaliste in ragione di presunti rapporti sentimentali o sessuali e di aver adottato ritorsioni dopo la fine di tali relazioni – la vicenda fu sottoposta a un’indagine interna e si concluse con un’archiviazione.Tutto normale, femministe di sinistra? Dove siete sulle vanterie sessuali di “Eros” Ranucci? Sparite. Evidentemente la lotta al patriarcato si dissolve se si tratta di Ranucci; e questo silenzio testimonia che il femminismo da social network è una finzione perché non è trasversale; e non esiste se non come movimento subordinato e funzionale agli interessi della sinistra. La tutela delle donne va bene solo fino al punto in cui non ci sono questioni più importanti sul campo: il giornalista amico, la mitologia su Gaza, gli immigrati islamici che portano voti. Insomma, le femministe più arrabbiate non sono arrabbiate: sono solo asservite agli uomini di sinistra. Una crociata dell’ipocrisia. Non è il pettegolezzo a interessarci. È il contesto, i rapporti che nascono nell’ambiente lavorativo e nell’ambito di una evidente asimmetria professionale. Esattamente quegli elementi che quando riguardano un uomo politicamente sgradito alla sinistra diventano caso nazionale, ma basta cambiare il colore politico perché le categorie interpretative diventino automaticamente meno affilate.Da parte nostra nessuna condanna preventiva e nessuno specchio riflesso davanti ai professionisti del metodo Report. Ma dove sono finite quelle che per anni ci hanno spiegato che il linguaggio conta, che il potere conta, che la posizione professionale conta, che il rapporto tra un uomo e una donna non può essere analizzato ignorando la gerarchia che li separa? Quanto durano le ferie delle femministe?Il doppio standard diventa ancora più surreale se si torna all’ottobre 2025, quando Geppi Cucciari e Milena Gabanelli commentarono in televisione le vicende sentimentali di Ranucci. Gabanelli lo definì «un gran rubacuori» aggiungendo che (riferendosi genericamente alle sue prede amorose) «le raccoglie a man bassa». Una battuta, certo; e una battuta non dimostra né un abuso né una molestia né un comportamento illecito. Ma se quelle stesse parole fossero state pronunciate a proposito di un giornalista di destra, avremmo assistito alla stessa leggerezza? La domanda è retorica, ovviamente. Memo Remigi è stato licenziato dalla Rai e travolto dalla gogna mediatica per l’infelice noto episodio con Jessica Morlacchi.Ma perché, a parità di “comportamenti considerati lesivi”, la sensibilità cambia in base all’identità dell’interessato? Perché davanti a un uomo di destra si parla immediatamente di sessismo, cultura patriarcale, abuso della posizione e privilegio maschile, mentre davanti a un uomo progressista si apre invece il grande armamentario delle precisazioni? «Bisogna contestualizzare», «Bisogna capire». Tutto vero. Ma deve valere sempre, perché il garantismo o è un principio generale valevole erga omnes, oppure non è. Dunque, detestando il metodo Report a cui lo stesso Ranucci ci ha abituato, nessuna condanna e nessuna sentenza parallela. Ma neppure l’obbligo di fingere che le questioni sollevate non meritino discussione.Perché se un uomo di destra racconta con compiacimento le proprie conquiste sessuali, diventa rapidamente il prototipo del maschio patriarcale; se frequenta donne che lavorano nel suo stesso ambiente, si apre il dibattito sull’asimmetria di potere; se fa una battuta sessuale, si discute di cultura maschilista. Ma se il protagonista appartiene al mondo progressista, improvvisamente bisogna ricostruire il contesto, distinguere la vita privata dal lavoro, evitare generalizzazioni e soprattutto non trarre conclusioni affrettate. Di nuovo, tutto giusto. Ma lo stesso rigore dovrebbe essere utilizzato anche dall’altra parte perché la presunzione di innocenza non è un privilegio della sinistra e il diritto al dubbio non è un servizio premium riservato ai beniamini dei progressisti.Per anni ci è stato spiegato che il patriarcato è nel linguaggio, nelle battute, negli sguardi, nel modo di approcciare una donna, nelle dinamiche di potere. Finanche nello spazio che un uomo di un metro e novanta occupa quando è seduto di fianco ad una donna fisicamente più minuta. Benissimo (o quasi). Ma allora applichiamo queste categorie anche quando il protagonista non è un berlusconiano, un meloniano o un uomo di destra, altrimenti abbiamo un problema di metro che denota incoerenza nell’applicazione dei criteri di giudizio: severità assoluta quando il bersaglio è un uomo di destra, indulgenza quando appartiene all’area progressista.Per questo la vicenda Ranucci pone l’ampio problema della credibilità di chi pretende di giudicare gli altri. Se la severità è assoluta quando l’imputato morale è un avversario e diventa improvvisamente prudenza quando l’interessato è un alleato, allora non siamo davanti a uno standard ma davanti a un’arma retorica da estrarre quando serve e da rimettere nel cassetto quando potrebbe colpire qualcuno della propria parte.Una contraddizione che nel caso Ranucci è emersa forte e che rappresenta il punto cieco di una certa militanza femminista: quando la battaglia sui diritti diventa subordinata alla convenienza politica, perde inevitabilmente autorevolezza. E se la gravità di un comportamento cambia a seconda di chi lo compie, il femminismo smette di essere una battaglia per la libertà delle donne e diventa una guerra di appartenenza con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Puro tribalismo con un vocabolario progressista che danneggia unicamente le donne perché se un principio vale soltanto quando fa comodo, non è un principio ma una munizione; e se la difesa della dignità delle donne diventa una munizione politica, quella battaglia ha già perso tutta la sua credibilità.Francesco Catera, 8 settembre 2026L'articolo Ranucci, quando finiscono le ferie delle femministe? proviene da Nicolaporro.it.