Settembre è, ormai, il mese in cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti torna a occuparsi di giovani e famiglie. Un appuntamento quasi stagionale con la promessa di un fisco più leggero per chi dovrebbe costruire il futuro del Paese. Nel 2024, alla vigilia della manovra, il principio era stato sintetizzato nella formula «meno tasse a chi fa figli»: il Mef aveva studiato un quoziente familiare per le detrazioni, con un costo stimato tra i 5 e i 6 miliardi di euro. Un conto evidentemente troppo salato, visto che l’ipotesi non arrivò al traguardo.Dalla famiglia alla generazioneNel settembre del 2025 era arrivata una nuova idea: una super detrazione per le madri, pari a 2.500 euro per il primo figlio e destinata a crescere di 5.000 euro per ogni figlio successivo. Anche in quel caso, però, la proposta rimase sulla carta.Ora, settembre 2026, il bersaglio è cambiato. Intervenendo all’iniziativa della Lega «A tua difesa – verso la Finanziaria 2027», Giorgetti ha spostato il fuoco dalla natalità ai giovani lavoratori. L’idea è quella di introdurre un «vantaggio fiscale», da costruire insieme alla disponibilità delle imprese ad aumentare le retribuzioni, attraverso una sorta di flat tax sugli incrementi salariali. L’obiettivo dichiarato è evitare che i giovani siano costretti a cercare all’estero condizioni economiche e professionali migliori.Il principio non è nuovo. Si tratta, almeno nella sua impostazione, di una nuova versione della flat tax incrementale, già sperimentata dal centrodestra. Nel 2023 era stata applicata agli autonomi con un’aliquota del 15 per cento, ma soltanto per un anno. Successivamente, un meccanismo analogo è stato utilizzato per gli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali.La flat tax sui rinnovi contrattualiLa legge di Bilancio per il 2026 ha infatti introdotto una detassazione temporanea degli aumenti salariali per i dipendenti del settore privato. L’imposta sostitutiva è pari al 5 per cento sugli incrementi derivanti dai rinnovi contrattuali, al 15 per cento sulle maggiorazioni per lavoro notturno e festivo e all’1 per cento sui premi di risultato fino a 5mila euro.La misura è stata accolta positivamente anche da una parte del sindacato, perché può facilitare la trattativa tra imprese e lavoratori sui rinnovi dei contratti collettivi. Ma resta il problema di fondo: l’agevolazione è a termine.Lo stesso Giorgetti ha parlato del «grande successo» ottenuto dalla detassazione dei rinnovi dei Ccnl e ha ipotizzato per i giovani «qualcosa di simile». Il punto, però, è capire che cosa significhi concretamente questa formula. Perché una flat tax incrementale generazionale può avere effetti molto diversi a seconda di come viene costruita.Leggi anche:Pensioni, ecco il grande ingannoGiorgetti vede il Pil vicino all’1%: “Crescita sopra le previsioni”Il rischio dell’effetto «peso morto»Se l’agevolazione viene applicata al singolo lavoratore, il beneficio finirebbe soprattutto a chi ottiene individualmente un aumento di stipendio, una promozione, un avanzamento di qualifica o cambia azienda. In questo caso, però, emerge il rischio del cosiddetto effetto peso morto: lo Stato rinuncerebbe a una parte delle imposte su aumenti salariali che, nella maggior parte dei casi, sarebbero stati concessi comunque.Il problema cambia se, invece, l’idea è quella indicata da Giorgetti, cioè utilizzare lo sconto fiscale come incentivo per un «accordo» tra imprese e lavoratori finalizzato ad aumentare le retribuzioni dei giovani. In questo caso servirebbe qualcosa di simile a un contratto collettivo generazionale, uno strumento che oggi non esiste e del quale non è ancora chiaro quale dovrebbe essere la controparte negoziale.La questione non è dunque soltanto tecnica. Riguarda l’efficacia stessa della misura. Ridurre temporaneamente le tasse su un aumento salariale non significa necessariamente creare un incentivo strutturale a pagare di più i giovani.Se lo sconto finisce, le tasse tornanoC’è poi un secondo problema, ancora più generale, che riguarda tutte le forme di flat tax incrementale: la temporaneità dell’agevolazione.Una volta terminato il periodo di applicazione dello sconto, l’incremento della retribuzione torna a essere tassato con le aliquote Irpef ordinarie. Il lavoratore si ritrova quindi con un aumento permanente dello stipendio, ma anche con un prelievo fiscale che torna a crescere. Il vantaggio iniziale si esaurisce.È difficile, in questo modo, pensare che una misura temporanea possa modificare in maniera significativa una scelta strutturale come quella di restare in Italia oppure emigrare. Un giovane che valuta un’offerta di lavoro all’estero non confronta soltanto il netto in busta paga di un singolo anno: guarda alla carriera, alla progressione delle retribuzioni, al costo della vita, alla pressione fiscale e alla possibilità di costruire nel tempo una famiglia e acquistare una casa.Per incidere davvero su questa decisione servirebbe quindi qualcosa di più di un bonus fiscale a tempo. Servirebbe un sistema fiscale strutturalmente più favorevole al lavoro e alla crescita dei redditi.La Start tax è strutturale, ma costa 10 miliardiIl confronto con altre proposte rende evidente il problema. Italia Viva aveva avanzato nella scorsa legislatura la cosiddetta Start tax, poi ripresa dal campo largo: tre aliquote ridotte, al 10, 20 e 30 per cento, in luogo delle aliquote Irpef ordinarie del 23, 35 e 43 per cento, per gli under 35.Qui il vantaggio sarebbe diverso: non una semplice detassazione temporanea dell’incremento salariale, ma un regime fiscale strutturalmente più leggero per i giovani. Il limite, naturalmente, è il costo. La stima è di circa 10 miliardi di euro.Ed è proprio qui che dovrebbe aprirsi la discussione vera. Non sulla ricerca annuale del «bonus giovani» da inserire nella legge di Bilancio, ma su quale sistema fiscale possa rendere strutturalmente più conveniente lavorare, produrre reddito e restare in Italia.Ogni settembre si pensa ai giovani. A ottobre alle pensioniIl rischio, altrimenti, è quello di assistere ancora una volta al rito di settembre. Dopo l’estate arrivano le proposte per le giovani generazioni, per le famiglie, per i salari e per la natalità. Poi arriva ottobre, iniziano i conti veri sulla manovra e le risorse disponibili si restringono.Ed è a quel punto che il baricentro della politica economica tende nuovamente a spostarsi verso la spesa pensionistica. Il sottosegretario della Lega Claudio Durigon ha già messo sul tavolo proposte che richiedono diversi miliardi di euro. Il campo largo e la Cgil hanno protestato perché le risorse sarebbero insufficienti. E così torna sul tavolo anche l’ipotesi di rinviare l’adeguamento di tre mesi dell’età pensionabile legato all’aumento dell’aspettativa di vita, con un costo ulteriore di circa 2 miliardi.Il paradosso è tutto qui: si promettono meno tasse ai giovani mentre si continuano a destinare risorse crescenti alla spesa per chi è già in pensione. Il conto, alla fine, non scompare. Se non si riduce la spesa corrente e non si trova spazio per una riduzione strutturale della pressione fiscale, il costo viene semplicemente trasferito nel futuro. E il futuro, in questo caso, ha un volto molto preciso: quello dei giovani ai quali ogni settembre viene promessa una flat tax e ai quali, qualche settimana dopo, viene presentato il conto delle promesse fatte agli altri.Enrico Foscarini, 12 settembre 2026L'articolo Flat tax per i giovani, la promessa di settembre proviene da Nicolaporro.it.