I nidi degli avvoltoi che hanno conservato 700 anni di storia

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AGI - Per secoli alcuni avvoltoi hanno raccolto ossa, pezzi di stoffa, pelle, corde e altri materiali per costruire e riempire i loro nidi. Senza saperlo, i gipeti della Spagna meridionale hanno così creato dei piccoli archivi naturali, capaci di conservare tracce della presenza umana per centinaia di anni. Analizzando dodici antichi nidi abbandonati, un gruppo di ricercatori ha recuperato 2.483 resti, tra cui ossa di animali, zoccoli, frammenti di tessuto e pelle, oggetti intrecciati con fibre vegetali e alcuni manufatti realizzati dall'uomo. Tra i ritrovamenti più curiosi ci sono una calzatura risalente a circa sette secoli fa, un pezzo di pelle di pecora decorato con linee rosse e persino un dardo da balestra.A raccontare questa insolita forma di "archeologia degli avvoltoi" è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Ecology da ricercatori di diversi istituti spagnoli, tra cui l'Institute for Game and Wildlife Research, l'Università di Granada e l'Università della Cantabria.Nidi di avvoltoi utilizzati per secoliIl protagonista dello studio è il gipeto (Gypaetus barbatus), grande avvoltoio delle montagne specializzato in una dieta composta in larga parte da ossa. A differenza di altri rapaci, può utilizzare per molto tempo gli stessi siti di nidificazione, spesso collocati in grotte, cavità o ripari sulle pareti rocciose. Questi ambienti hanno condizioni particolarmente favorevoli alla conservazione. Sono asciutti, protetti dagli agenti atmosferici e possono accumulare, generazione dopo generazione, ciò che gli animali trasportano nel nido.Tra il 2008 e il 2014 i ricercatori hanno studiato più di cinquanta antichi siti di nidificazione nel sud della Spagna, in aree dove il gipeto era scomparso tra circa 70 e 130 anni prima. Dodici nidi particolarmente ben conservati sono stati poi analizzati sistematicamente, procedendo strato dopo strato secondo metodi simili a quelli utilizzati negli scavi archeologici.Quei resti nel cuore delle montagneIl risultato è un inventario decisamente insolito. Nei dodici nidi sono stati recuperati 2.117 resti ossei, 43 frammenti di guscio d'uovo, 86 zoccoli, 72 frammenti di pelle, 11 resti di pelo, 129 pezzi di tessuto e 25 oggetti realizzati con sparto, una pianta tradizionalmente utilizzata nell'area mediterranea per produrre corde, cestini e altri manufatti.La grande maggioranza del materiale era collegata all'alimentazione o alla riproduzione dei gipeti. Ma circa il 9% dei reperti, 226 in tutto, era di origine umana e sarebbe stato raccolto dagli uccelli soprattutto come materiale per costruire o rivestire i nidi. I gipeti, infatti, non trasportano soltanto rami. Anche nei nidi moderni possono essere trovati pezzi di stoffa, corde e altri materiali di origine antropica utilizzati per preparare la zona destinata alla cova.Nei nidi calzature medievali e dardi da balestraIl reperto più antico e spettacolare è una calzatura completa realizzata con fibre vegetali, erbe e piccoli ramoscelli, un tipo di manufatto tradizionalmente chiamato agobía. La datazione al carbonio 14 le attribuisce un'età di 674 anni, con un margine di 22 anni, collocandola alla fine del XIII secolo. Si trattava di calzature estremamente semplici e poco resistenti, destinate a durare pochi giorni e continuamente riparate o sostituite da chi le utilizzava.Nello stesso nido è stato trovato anche un frammento di pelle di pecora dipinto con linee rosse, datato a circa 651 anni fa. Le analisi proteomiche hanno permesso ai ricercatori di identificare l'animale da cui proveniva la pelle. Un frammento di cesteria rinvenuto in un altro nido è invece molto più recente: la datazione al carbonio 14 lo colloca alla fine del XVIII secolo.Ancora più difficile da spiegare è la presenza di un dardo da balestra con parte dell'asta in legno. In questo caso non è stato possibile effettuare una datazione. Gli studiosi ipotizzano due possibili spiegazioni: il gipeto potrebbe averlo raccolto e utilizzato al posto di un ramo per costruire il nido, oppure il dardo potrebbe essere arrivato insieme alla carcassa di un animale selvatico che era stato colpito e poi trasportato nel nido come alimento. Tra gli altri manufatti identificati figurano parte di una fionda realizzata con sparto, frammenti di corde, tessuti e altri oggetti provenienti dalle attività umane svolte nei territori circostanti.I nidi degli avvoltoi come archivi della storia umanaPer i ricercatori il valore della scoperta va oltre la semplice curiosità. L'accumulo di materiali nei nidi può fornire informazioni sulla dieta e sulle abitudini del gipeto nel corso dei secoli, ma anche sulla storia delle comunità umane che abitavano quelle montagne: i materiali che utilizzavano, gli animali allevati, le tecniche di lavorazione delle fibre vegetali e il modo in cui sfruttavano il territorio.In altre parole, gli antichi nidi possono diventare una fonte per ricostruire contemporaneamente storia naturale e storia umana. Il gipeto si trasforma così, involontariamente, in una sorta di collezionista. Generazioni di uccelli hanno raccolto e protetto materiali destinati altrimenti a decomporsi o a scomparire, lasciando nelle cavità delle montagne una stratificazione che gli scienziati possono oggi leggere quasi come quella di un sito archeologico.