Dal laboratorio al paziente. L’esperienza del Campus Bio-Medico sull’Alzheimer

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In Italia vivono oltre 1,4 milioni di persone con demenza, circa 600 mila delle quali con Alzheimer. Numeri destinati a confrontarsi con il progressivo invecchiamento della popolazione e, dunque, con una pressione crescente sui servizi sanitari, sull’assistenza territoriale e soprattutto sulle famiglie.In questo quadro segnato da un impatto via via maggiore, il fattore tempo diventa uno degli snodi decisivi della presa in carico.Arrivare prima a una diagnosi significa poter definire il percorso assistenziale quando il paziente conserva ancora maggiori margini di autonomia e, in prospettiva, individuare più precocemente chi può accedere alle terapie emergenti. È partendo da questo nodo che il Centro integrato di ricerca e cura sulla malattia d’Alzheimer del Campus bio-medico di Roma sta provando a costruire un modello nel quale attività clinica, diagnosi e ricerca procedano fianco a fianco. Nel 2025 il Centro ha seguito circa 200 pazienti e, secondo i dati presentati in occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer, ha ridotto da circa un anno a tre mesi il tempo necessario per arrivare alla diagnosi. Nove mesi guadagnati in una patologia nella quale la possibilità di intervenire nelle fasi iniziali sta assumendo un peso crescente.Le attività del CentroIl progetto, sostenuto da Fondazione Roma e promosso dalla Biomedical University Foundation, riunisce l’Università Campus bio-medico e la Fondazione policlinico universitario Campus bio-medico. L’obiettivo è accorciare anche un’altra distanza: quella tra ciò che viene osservato nei laboratori e ciò che può essere utilizzato nella pratica clinica. Al Policlinico sono infatti stati installati una risonanza magnetica 3 Tesla e un laboratorio di neurofisiologia clinica; sul versante universitario sono state invece sviluppate strutture dedicate alla ricerca e alla validazione preclinica. Una configurazione pensata per mettere in comunicazione neurologia, neuropsicologia, genetica, diagnostica per immagini, medicina di laboratorio e ricerca sperimentale. Marcello D’Amelio, ordinario di Fisiologia umana e responsabile dell’Unità di neuroscienze molecolari dell’Università, parla di un sistema nel quale avviene un “passaggio diretto delle conoscenze dal laboratorio al paziente”. Il vantaggio, spiega, è duplice: rendere più lineare e tempestivo il percorso diagnostico e creare un contesto nel quale “ogni osservazione clinica può generare nuova conoscenza e ogni scoperta sperimentale può essere verificata e valorizzata nella pratica di cura”.Alla valutazione clinica e neuropsicologica si stanno affiancando strumenti capaci di caratterizzare con maggiore precisione i processi biologici sottostanti alla malattia – un passaggio particolarmente rilevante mentre lo stesso modo di leggere l’Alzheimer sta cambiando. Per Vincenzo Di Lazzaro, direttore della Neurologia del Policlinico Campus bio-medico, il punto è proprio integrare biomarcatori e tecnologie diagnostiche all’interno di un percorso modellato sul singolo paziente: esami biologici, imaging e valutazioni neurologiche concorrono così a definire il profilo della malattia, la sua possibile evoluzione e le conseguenti scelte cliniche.Una visione integrataMa, come ha sottolineato Carlo Tosti, presidente dell’Università e della Fondazione Policlinico: “La malattia di Alzheimer non coinvolge soltanto chi ne riceve la diagnosi, ma incide profondamente anche sulla vita delle famiglie”. Ricerca traslazionale, diagnosi precoce e continuità assistenziale diventano così parti della stessa questione. Perché i progressi della ricerca possono produrre un impatto reale solo se il sistema riesce a trasformarlo in percorsi accessibili, tempestivi e capaci di accompagnare il paziente nel tempo. Così, sulla capacità di collegare laboratorio, ospedale e territorio si giocherà una parte importante della risposta all’Alzheimer nei prossimi anni.