Il dazio di Trump al 50% ferma il latte canadese: «Le vacche non sono un rubinetto da chiudere»

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ABBOTSFORD — Casey Pruim munge 330 vacche tre volte al giorno nella sua fattoria, la Prime Acres, ad Abbotsford, nella Fraser Valley, la pianura agricola della British Columbia a un’ora da Vancouver. Ogni due giorni escono dalla stalla 28.000 litri di latte crudo; quasi 14.000 litri al giorno aspettano il camion nelle cisterne a 2,8 gradi. «Le vacche non sono un rubinetto: non si possono aprire e chiudere», ha detto ad Al Jazeera. Pruim presiede anche l’associazione dei produttori di latte della provincia, circa 400 allevatori.Dal 22 agosto le vendite di latticini canadesi negli Stati Uniti si sono in gran parte fermate. È l’effetto del dazio del 50% imposto dal presidente Donald Trump su 20 miliardi di dollari di merci canadesi dopo il fallimento dei negoziati con Ottawa. Il mercato che si è chiuso valeva 308,7 milioni di dollari canadesi (circa 220 milioni di dollari Usa) nel 2025, in crescita dai 241 milioni del 2020, l’anno in cui è entrato in vigore il Cusma, il trattato di libero scambio fra Canada, Stati Uniti e Messico erede del Nafta.Perché un allevatore che non esporta nulla di persona teme il dazio? Perché in Canada il latte non si vende direttamente: i produttori lo consegnano a un pool provinciale che lo distribuisce ai trasformatori. «Se il trasformatore che esporta una parte del prodotto negli Stati Uniti non può più vendere là, perché con un dazio del 50% è fuori prezzo, è così che il colpo arriva alla fattoria», spiega Pruim. La perdita di un caseificio si spalma su tutti. Gli scenari che elenca sono due: buttare il latte e, nel caso peggiore, ridurre la mandria.Il divieto dal 29 settembreIntanto la partita si è allargata. Il premier canadese Mark Carney ha promesso di rispondere «dollaro per dollaro» a tutela di «lavoratori, agricoltori, famiglie e imprese», e sono entrate in vigore le contromisure di Ottawa su 27,6 miliardi di dollari di merci americane: dazi del 50% su siero, caseina e proteine del latte, del 25% su molti formaggi statunitensi. Lo stesso giorno Trump ha firmato tre ordini che dal 29 settembre vietano la vendita negli Usa di latticini, veicoli e gran parte degli alcolici canadesi, riferisce The Hill. «Tutti sanno che il Canada non lascia i nostri grandi allevatori vendere nel mercato canadese», ha scritto il presidente su Truth Social, parlando di «truffa commerciale canadese». Il bersaglio di Washington non è il latte di Abbotsford, ma il sistema che lo protegge.Quel sistema si chiama supply management: quote di produzione e controlli alle importazioni su latte, pollame e uova, che i critici definiscono protezionista e «un cartello sostenuto dallo Stato». La proclamazione firmata da Trump a luglio accusa Ottawa di favorire i formaggi europei a danno degli allevatori americani; il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer ha detto che «il Canada, diversamente da altri partner e alleati, continua a fare rappresaglie contro gli Stati Uniti». Sulle perdite degli allevatori canadesi la Casa Bianca non ha commentato.Ma il conto degli scambi pende dalla parte americana: nel 2025 il Canada ha importato latticini dagli Usa per 1,355 miliardi di dollari canadesi, più del doppio del 2020 e il 13,8% dell’intero export caseario statunitense. Anche per questo la protesta non è solo canadese. La deputata democratica Suzan DelBene, dello Stato di Washington, co-presidente del gruppo parlamentare bipartisan sul settore lattiero, parla di «un’escalation economica di riflesso» che «finirà per colpire agricoltori e piccole imprese». Il presidente della Wisconsin Farmers Union prevede prezzi più bassi per chi produce e più alti al supermercato; la federazione nazionale dei produttori di latte Usa dà invece la colpa al Canada.Ad Abbotsford il latte continua a uscire dalla stalla ogni due giorni. Bryan Yu, capo economista della cooperativa di credito Central 1, prevede «dolore nel breve periodo per molti dei nostri produttori»: «Non ci si adatta in fretta a un dazio del 50%, sono acque inesplorate, e molti non hanno margini con cui giocare». Dylan Kruger, portavoce dell’associazione di Pruim, ammette «una considerevole incertezza»: è troppo presto per dire se quel latte troverà altri compratori. Pruim, intanto, ha 14.000 litri al giorno da tenere freddi. Per quanto ancora, non lo sa nessuno.