BUENOS AIRES — La povertà in Argentina torna a salire. Nel primo semestre del 2026 ha toccato il 32,3% della popolazione urbana, dal 28,2% della seconda metà del 2025: più di 4 punti in sei mesi. È il primo aumento da quando il presidente Javier Milei ha riportato l’inflazione sotto controllo.Il dato, diffuso giovedì 24 settembre dall’Indec, l’istituto nazionale di statistica, non cancella il crollo della povertà registrato dopo il picco del 2024. Ma segna la fine della discesa. «Un aumento modesto della povertà non cancellerebbe il forte calo visto sotto Milei, ma indicherebbe che la parte più facile del miglioramento si è esaurita», ha detto a Reuters Nicholas Watson, responsabile per l’America Latina della società di consulenza Teneo.I numeri. Nei 31 agglomerati urbani rilevati dall’indagine, che copre 30,1 milioni di abitanti sui 46 del Paese, 9,7 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà e 2,25 milioni non riescono nemmeno a coprire il paniere alimentare: l’indigenza è passata dal 6,3% al 7,5%. Fra i bambini fino a 14 anni la povertà arriva al 44,5%, quasi uno su due, e il 10,8% è in condizione di indigenza. La soglia vale circa 340 dollari al mese per persona per i beni e servizi essenziali e circa 150 dollari per il solo cibo.Perché la povertà cresce se l’inflazione scende? Perché il paniere di base che fissa la soglia è aumentato di circa il 20% nel semestre, mentre il reddito familiare pro capite è salito dell’11,5%: i prezzi dei beni essenziali corrono ancora più dei salari, che in termini reali restano sotto il livello di dicembre 2023. Lo stesso giovedì l’Indec ha pubblicato altri due dati: la disoccupazione al 7,9% nel secondo trimestre, il massimo dal 2021, e l’attività economica in calo del 2,9% a luglio su giugno. L’occupazione privata regolare arretra da 13 mesi consecutivi e circa 30.000 imprese hanno chiuso da quando Milei è in carica.Il picco del 2024Per capire bisogna tornare al dicembre 2023. Milei, economista arrivato alla Casa Rosada con un’inflazione a tre cifre, ha risposto con uno dei piani di austerità più aggressivi della storia recente argentina: tagli alla spesa e ai sussidi, stretta monetaria, svalutazione del peso. Il conto è arrivato subito: nel primo semestre del 2024 la povertà aveva sfiorato il 53%. Poi la discesa, fino al 28% del 2025, che il presidente rivendica come 14 milioni di persone uscite dalla povertà. Il dato di ieri, in sé, non riscrive quel bilancio; misura però il prezzo che la disinflazione sta presentando alle famiglie proprio mentre si apre la corsa alle presidenziali del 2027.Il governo non cambia rotta. «Il presidente non si sposterà di un millimetro dal suo programma. Non allenterà la sua politica monetaria restrittiva per vincere le elezioni», ha detto un portavoce dell’esecutivo. Niente aumenti di spesa né rinnovo dei sussidi, le misure tipiche degli anni elettorali: comprometterebbero, sostiene la Casa Rosada, la lotta all’inflazione e la disciplina fiscale. Milei non ha commentato direttamente i dati di giovedì. «Milei ha convinto la gente che raggiungere il surplus fiscale richiedeva sacrifici, e che a questo punto quei sacrifici avrebbero dato frutti», osserva ad AP l’analista politico Lucas Romero.Nelle strade di Buenos Aires la pazienza si misura in cortei. Il 19 settembre la «marcia della rabbia» ha attraversato la capitale; il 23 il sindacato dei lavoratori dell’economia informale distribuiva cibo gratis. «Ho votato Milei credendo che avrebbe portato un cambiamento in meglio, ma mi ha davvero deluso», dice un elettore del presidente. Un sondaggio AtlasIntel di settembre registra, fra chi guadagna fino a circa 650 dollari al mese, una disapprovazione vicina al 70% e un consenso sotto il 30%.Il dato di giovedì non dice dove si fermerà la risalita. Agustín Salvia, direttore dell’Osservatorio del debito sociale dell’Università Cattolica Argentina, calcola che «ogni trimestre negli ultimi quattro trimestri, da 400.000 a 450.000 persone sono cadute in povertà», e il suo istituto stima che a fine anno si possa arrivare al 35%. E non scioglie il nodo che i ricercatori dell’Osservatorio indicano come il vero problema: non la disoccupazione, ma la precarietà — famiglie che «devono inventarsi un lavoro» raccogliendo rifiuti, vendendo per strada o portando cibo nelle stazioni.