L’Iran offre di riaprire Hormuz in 7 giorni se cessa il blocco navale: la Casa Bianca non risponde

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NEW YORK — Giovedì 24 settembre, ultimo giorno pieno della settimana dell’Assemblea generale dell’Onu, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il suo ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, siedono davanti a un gruppo di giornalisti ed esperti di centri studi americani. La posta è lo stretto di Hormuz, il braccio di mare fra Iran e Oman da cui passava un quinto del petrolio mondiale, fermo da mesi a una manciata di transiti al giorno. È lì che Araghchi mette sul tavolo un calendario: «Se certe condizioni saranno rispettate, lo stretto di Hormuz sarà aperto al termine di sette giorni e i colloqui riprenderanno».La proposta — riferisce Iran International, emittente in lingua persiana con sede a Londra — è già nelle mani dei mediatori del Qatar, che l’hanno trasmessa a Washington. Teheran aspetta la risposta americana. Le condizioni, secondo funzionari iraniani, sono due: la fine del blocco navale imposto dagli Stati Uniti e l’accesso ai fondi iraniani congelati all’estero. In cambio, la riapertura dello stretto al traffico commerciale e il ritorno al negoziato. Araghchi ha paragonato il piano al memorandum d’intesa raggiunto fra i due Paesi a giugno, che avrebbe dovuto aprire la strada a un «accordo finale».Perché passa dal Qatar? Doha è il mediatore principale del conflitto fin dall’inizio, e Araghchi vi ha fatto tappa prima di volare a New York. A Manhattan il ministro ha visto anche gli europei: martedì l’alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, gli ha ribadito che nello stretto non dovranno esserci pedaggi di passaggio, perché non c’erano prima della guerra. Araghchi, dal suo lato, ha rimproverato ai Paesi europei, Germania compresa, di aver taciuto sulle violazioni americane del diritto internazionale addossando a Teheran l’insicurezza nello stretto.L’intervista a Fox NewsPoche ore dopo, il presidente si è seduto davanti alle telecamere di Fox News, la rete conservatrice americana. «Volete la bomba atomica o no?», gli ha chiesto il conduttore Bret Baier. «Assolutamente no. Assolutamente no», ha risposto Pezeshkian, offrendo verifiche internazionali e la diluizione dell’uranio arricchito al 60% «nel quadro del diritto internazionale e degli obblighi del Trattato di non proliferazione». Poi la versione iraniana di come si è arrivati a questo punto: «Noi non avevamo chiuso lo stretto di Hormuz. Ci hanno attaccato. Il problema è che l’America, invece di dialogare, scende nell’arena bombardandoci per prima, bloccando ogni via». E ancora: «Possono avere libero accesso per vedere tutto ciò che abbiamo, ma non metterci sotto una simile pressione, sotto blocco».Sugli attacchi alle navi — l’ultimo mercoledì, quando un mercantile è stato colpito nello stretto (un marinaio morto e oltre venti evacuati, secondo la marina dell’Oman) — Pezeshkian ha negato ogni responsabilità: «Non abbiamo attaccato». Ha negato anche di finanziare gli Houthi yemeniti e Hezbollah. In un briefing separato in un albergo di New York, riferisce la CNN, ha aggiunto che l’Iran «non sta cercando di uccidere Trump» e ha riconosciuto che sanzioni e guerra hanno strozzato l’economia, con rincari e carenze di beni di prima necessità.La Casa Bianca non ha risposto nel merito. La vice portavoce Anna Kelly ha replicato con un elenco di accuse: «Il regime iraniano ha assassinato migliaia dei suoi cittadini, ucciso americani all’estero, compiuto atti di terrorismo nello stretto di Hormuz e lanciato attacchi indiscriminati contro i vicini della regione»; il presidente, ha aggiunto, «si sta assicurando con coraggio che un Paese tanto malvagio non possieda mai un’arma nucleare». Il segretario di Stato Marco Rubio, sempre a Fox News, ha detto che chi finanzia organizzazioni terroristiche e colpisce infrastrutture energetiche e siti civili «viola il sistema dell’Onu», e che l’Iran non ha credibilità per difendere l’ordine internazionale.Il clima nell’aula del Palazzo di Vetro lo raccontano le sedie vuote. Quando Pezeshkian ha parlato all’Assemblea generale, a inizio settimana, la delegazione israeliana è uscita; il giorno prima gran parte della delegazione iraniana aveva lasciato l’aula durante il discorso di Donald Trump. Dal podio il presidente iraniano aveva avvertito che l’Iran non permetterà a nessuno di usare lo stretto per «imporci le proprie aggressioni». Intanto i capi militari di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan preparano colloqui urgenti dopo gli attacchi degli Houthi sul territorio saudita, nel quadro di un patto di difesa comune che considera l’attacco a uno un attacco a tutti, ha fatto sapere il ministero degli Esteri di Riad.Il voto del SenatoA Washington, nello stesso pomeriggio, il Senato ha respinto per un solo voto, 49 a 50, la risoluzione sui poteri di guerra promossa dal democratico Tim Kaine, senatore della Virginia, che avrebbe imposto il ritiro delle forze americane dalle ostilità con l’Iran senza un’autorizzazione del Congresso. Il testo era già passato alla Camera a luglio. È una risoluzione concorrente, l’equivalente di una mozione parlamentare: non ha forza di legge e non passa dalla firma del presidente. «È più di un messaggio», ha detto Kaine. «Il Congresso ha il potere costituzionale di dichiarare guerra, non il presidente. Per questo non va alla Casa Bianca: la Casa Bianca non può porre il veto alla Costituzione».Quattro repubblicani hanno votato con i democratici: Rand Paul del Kentucky, Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska e Thom Tillis della Carolina del Nord. Un democratico, John Fetterman della Pennsylvania, ha votato contro; la senatrice del Maryland Angela Alsobrooks non ha partecipato. È il quattordicesimo voto del Senato su una risoluzione di questo tipo da quando, il 28 febbraio, sono cominciati i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran: solo due sono passate. La Camera ha votato sei volte, tre a favore della fine del conflitto. Una sola risoluzione ha superato entrambe le camere, e la Casa Bianca l’ha ignorata.Il calcolo che lega la stanza di New York a quella di Washington sta in un sondaggio e in una data. Il sondaggio è quello Reuters/Ipsos di questa settimana: il 34% degli americani approva i raid sull’Iran. La data è quella delle elezioni di metà mandato, il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato, a meno di sei settimane. Candidati repubblicani come Mike Rogers in Michigan e la deputata Ashley Hinson in Iowa, dopo mesi di sostegno a Trump, chiedono ora la fine della guerra. La finestra dei sette giorni è tagliata su quel calendario. Araghchi non ne fa mistero: preferirebbe chiudere prima del voto. Pezeshkian, a Fox News, ha detto il contrario: «Se l’attuale governo americano vuole raggiungere un accordo nel quadro del diritto internazionale, bene. Altrimenti, prima delle elezioni o dopo le elezioni, per noi che differenza fa».