La sicurezza alimentare passa sempre più dalla sicurezza delle grandi rotte marittime. È il messaggio emerso a New York dalla seconda riunione della Coalizione di Roma per l’accesso ai fertilizzanti e la sicurezza alimentare, promossa da Italia e Croazia a margine dell’81ma Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un’iniziativa nata dalla crisi dello Stretto di Hormuz che ora estende il proprio raggio d’azione a Bab el-Mandeb, al Mar Rosso e al Mar Nero.La riunione è stata copresieduta dall’Italia e dalla Croazia, che detiene la presidenza del MED9. Al tavolo si sono seduti ministri degli Esteri e rappresentanti dei Paesi mediterranei dell’Unione Europea, della Lega araba, dei Balcani occidentali e dell’Ucraina, insieme a rappresentanti dell’UE, del Consiglio di cooperazione del Golfo e delle Nazioni Unite. Presenti anche il direttore generale della FAO Qu Dongyu e il vicedirettore generale Maurizio Martina.La Coalizione era stata costituita a Roma il 7 maggio, quando circa 40 Paesi, partner e organizzazioni internazionali avevano discusso delle conseguenze della crisi di Hormuz sulle forniture mondiali di fertilizzanti e prodotti alimentari. L’obiettivo iniziale era impedire che le difficoltà di transito attraverso una delle principali arterie energetiche e commerciali mondiali producessero una nuova crisi alimentare nei Paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni, soprattutto in Africa e nel Mediterraneo.Quattro mesi dopo il problema si è allargato. La dichiarazione conclusiva della riunione di New York individua infatti tre grandi aree di rischio: lo Stretto di Hormuz, Bab el-Mandeb e il Mar Rosso, ai quali si aggiunge il Mar Nero per il ruolo essenziale che riveste nell’esportazione dei cereali ucraini.La questione non riguarda soltanto la disponibilità fisica di grano o fertilizzanti. Le tensioni sulle rotte marittime determinano deviazioni delle navi, tempi di navigazione più lunghi, maggiori costi assicurativi e di trasporto e quindi un aumento del prezzo finale delle merci. Il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi, intervenendo alla riunione, ha sottolineato che le conseguenze economiche della crisi regionale si stanno estendendo alle economie europea e mondiale e che le difficoltà della navigazione e l’aumento dei costi di trasporto si riflettono direttamente sui prezzi dei prodotti alimentari e sulle catene di approvvigionamento.È il meccanismo che rende una crisi militare nello Stretto di Hormuz potenzialmente capace di trasformarsi in una crisi alimentare a migliaia di chilometri di distanza. Le difficoltà nell’approvvigionamento dei fertilizzanti aumentano infatti i costi agricoli e possono ridurre la capacità produttiva soprattutto nei Paesi che dipendono fortemente dalle importazioni.Italia e Croazia chiedono quindi rotte marittime «più sicure, prevedibili e resilienti». Nella dichiarazione viene espresso sostegno alle operazioni navali europee Aspides e Atalanta, considerate parte degli strumenti multilaterali destinati a tutelare la sicurezza della navigazione nell’area.Il secondo fronte è il Mar Nero. I partecipanti hanno espresso preoccupazione per le interruzioni degli scambi di prodotti alimentari e agricoli legate alla guerra tra Russia e Ucraina. Il Mar Nero rimane infatti una direttrice strategica per l’esportazione dei cereali ucraini e qualsiasi limitazione alla navigazione può avere conseguenze sui mercati internazionali e soprattutto sui Paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni.L’elemento politicamente più significativo della seconda riunione è proprio il tentativo di considerare queste crisi non come dossier separati, ma come parti di un unico problema. Hormuz condiziona energia, materie prime e fertilizzanti; Bab el-Mandeb e il Mar Rosso collegano l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso Suez; il Mar Nero rappresenta una delle principali vie di esportazione dei prodotti agricoli dell’Europa orientale.Quando uno di questi corridoi entra in crisi, l’effetto si propaga lungo l’intera catena logistica. Se più rotte vengono contemporaneamente sottoposte a pressione, la vulnerabilità aumenta ulteriormente.È soprattutto l’Africa a preoccupare la Coalizione di Roma. La dichiarazione sottolinea che le conseguenze delle interruzioni commerciali sono sproporzionate nelle regioni già maggiormente esposte all’insicurezza alimentare. Un aumento dei prezzi dei fertilizzanti può ridurre la produzione agricola locale; l’aumento dei costi dei cereali importati può aggravare la situazione delle popolazioni più vulnerabili.La questione assume quindi anche una dimensione di sicurezza. Secondo i partecipanti, un ulteriore deterioramento delle condizioni alimentari può contribuire ad alimentare conflitti, sfollamenti forzati e migrazione irregolare, con conseguenze che dal continente africano possono estendersi al Medio Oriente e all’Europa.La Coalizione punta per questo non soltanto alla protezione delle rotte esistenti, ma anche alla diversificazione. Tra gli obiettivi indicati figurano il mantenimento di scambi commerciali aperti e prevedibili, la riduzione dei vincoli logistici, la ricerca di fonti alternative di approvvigionamento e il rafforzamento della resilienza dei sistemi agroalimentari.Un altro capitolo riguarda l’aumento delle capacità regionali di produzione e stoccaggio. L’obiettivo è ridurre la vulnerabilità dei Paesi importatori evitando che una crisi lungo una singola rotta o in un singolo Paese produttore possa provocare rapidamente carenze sul mercato. Italia e Croazia indicano inoltre come priorità il potenziamento dei collegamenti portuali e terrestri e la mobilitazione di investimenti internazionali.In questo quadro la FAO assume un ruolo centrale. La Coalizione ha richiamato l’analisi presentata durante la 180ma sessione del Consiglio dell’organizzazione il 28 aprile e chiede che il lavoro tecnico venga accompagnato da un maggiore coordinamento politico tra Paesi produttori, Stati di transito e Paesi importatori.La presenza contemporanea a New York di MED9, Paesi arabi, Balcani occidentali, Ucraina, Unione Europea, Consiglio di cooperazione del Golfo e FAO mostra anche l’ambizione diplomatica dell’iniziativa italiana: creare un formato sufficientemente ampio da collegare Mediterraneo, Golfo, Europa orientale e Africa attorno a interessi concreti che superano le divisioni politiche.La Coalizione di Roma non dispone di strumenti militari propri né può garantire direttamente la sicurezza delle rotte. Può però cercare di coordinare politiche commerciali, infrastrutturali e finanziarie e favorire la diversificazione delle catene di approvvigionamento, affiancando le iniziative dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e delle istituzioni finanziarie internazionali.È anche per questo che la sicurezza alimentare sta diventando un capitolo sempre più rilevante della politica estera italiana. La crisi di Hormuz ha mostrato come la vulnerabilità delle grandi arterie commerciali non riguardi soltanto petrolio e gas. Fertilizzanti e prodotti agricoli viaggiano sulle stesse rotte e una loro interruzione può trasformare rapidamente una crisi geopolitica in una crisi economica e umanitaria.La seconda riunione di New York segna quindi un’evoluzione della Coalizione di Roma: da risposta alla crisi di Hormuz a piattaforma dedicata alla vulnerabilità complessiva delle catene alimentari del Mediterraneo allargato. Italia e Croazia hanno indicato come obiettivo quello di preservare quest’area come spazio di «pace, cooperazione e prosperità» e di impedire che le interruzioni delle forniture alimentino ulteriormente insicurezza alimentare, conflitti e migrazioni.La logica è semplice: proteggere una rotta marittima significa ormai proteggere non soltanto il commercio, ma anche la produzione agricola e l’accesso al cibo dei Paesi più vulnerabili. Hormuz, Bab el-Mandeb e Mar Nero diventano così parti della stessa equazione strategica.