Il governo Usa entra nel processo di Musk contro Bruxelles: «Non tollereremo l’eccesso di potere della Commissione»

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WASHINGTON — Non è più soltanto una lite tra una piattaforma e il suo regolatore. Con un deposito al Tribunale dell’Unione europea, la corte di Lussemburgo davanti alla quale si impugnano le decisioni di Bruxelles, il governo degli Stati Uniti ha chiesto di entrare nel processo che X ed Elon Musk hanno intentato contro la Commissione europea per la multa da 120 milioni di euro (circa 140 milioni di dollari) inflitta il 5 dicembre 2025 in base al Digital Services Act, la legge europea sui servizi digitali. Lo ha annunciato il Dipartimento di Giustizia americano con un comunicato ufficiale diffuso giovedì alle 15.09 ora di Washington (le 21.09 in Italia), ripreso nella notte dall’agenzia France Presse.La domanda riguarda due cause parallele, quella delle società X Internet e X Holdings e quella personale di Musk, e si schiera con i ricorrenti: chiede l’annullamento della sanzione. È la prima volta che Washington si costituisce in un giudizio europeo sul DSA — ed è anche il primo caso di applicazione di quella legge ad arrivare davanti ai giudici. «La Commissione europea ha impropriamente tentato di espandere la propria autorità regolatoria fino a raggiungere società americane non presenti né operanti nella sua giurisdizione», ha detto il capo della Divisione civile del Dipartimento, Brett Shumate. E ancora: «Non tollereremo che la Commissione europea eserciti un eccesso di potere regolatorio per cercare di controllare i motori americani dell’innovazione e della crescita economica».Perché uno Stato estraneo all’Unione può chiedere di sedersi in un’aula europea? Perché l’articolo 40 dello Statuto della Corte di giustizia ammette l’intervento di chi «dimostri un interesse alla soluzione della controversia». Il Dipartimento sostiene di averlo: la domanda, scrive, è stata preparata in coordinamento con il Dipartimento di Stato per «le implicazioni per le relazioni Usa-Ue». Nel merito, Washington contesta il calcolo della multa — sul fatturato mondiale dell’intero gruppo «in ultima istanza controllato da Elon Musk» — e accusa Bruxelles di aver squarciato il velo societario, estendendo «lo scrutinio legale al signor Musk come privato» e coinvolgendo «entità societarie americane del tutto separate e non collegate».La Commissione non ha commentato la mossa. La sua posizione, però, è a verbale da mesi. La sanzione di dicembre punisce tre violazioni degli obblighi di trasparenza: il design ingannevole della spunta blu a pagamento, l’opacità del registro pubblicitario e il mancato accesso dei ricercatori ai dati pubblici. Nulla che riguardi «la moderazione dei contenuti», ha ripetuto il portavoce Thomas Regnier in conferenza stampa a Bruxelles; la Commissione «non prende di mira nessuno, nessuna azienda, nessuna giurisdizione in base al colore o al Paese di origine». X, all’epoca, non rispose alle richieste di commento.Visti, subpoena e daziIl deposito di Lussemburgo arriva in fondo a dieci mesi di pressione. Il giorno della multa Musk chiese l’abolizione dell’Unione europea e promise una «risposta» anche «contro le persone che hanno preso questa iniziativa contro di me». Il segretario di Stato Marco Rubio scrisse su X che la sanzione era «un attacco a tutte le piattaforme tecnologiche americane e al popolo americano da parte di governi stranieri». A fine dicembre il Dipartimento di Stato impose restrizioni sui visti a cinque persone, tra cui l’ex commissario europeo Thierry Breton, definito la «mente» del DSA, e quattro ricercatori sulla disinformazione. In gennaio i repubblicani della commissione Giustizia della Camera, guidati da Jim Jordan, pubblicarono con un ordine di esibizione — prima della stessa Commissione — le 183 pagine della decisione, ribattezzandola «ordine di censura segreto». E il segretario al Commercio Howard Lutnick, a Bruxelles, offrì un taglio del 50% dei dazi su acciaio e alluminio europei in cambio di un alleggerimento delle regole digitali: «Se tolgono il piede da questo quadro regolatorio, possono ottenere centinaia di miliardi, forse mille miliardi di investimenti».Il bersaglio, a questo punto, non è la multa ma la legge: la causa di Musk è la porta attraverso cui Washington porta l’intero DSA davanti a un giudice europeo. Lo stesso comunicato lo dice quasi apertamente, quando avverte che un avallo della linea di Bruxelles avrebbe «implicazioni significative» per tutte le «piattaforme online di dimensioni molto grandi» con casa madre negli Stati Uniti.Ora la parola passa al Tribunale, che nelle prossime settimane deve decidere se ammettere gli Stati Uniti al procedimento e riconoscere loro il diritto di essere sentiti. Il ricorso di X e Musk, depositato il 16 febbraio, è pendente. Intanto, secondo il Financial Times, la Commissione intende intensificare nel 2026 l’applicazione del DSA e del Digital Markets Act, la legge gemella sulla concorrenza digitale, pur preparando una semplificazione delle regole.