Il nigeriano Dangote, l’uomo più ricco d’Africa, costruisce l’oleodotto Gibuti-Etiopia: il carburante arriva in 1 giorno anziché 5

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DAMERJOG — Cinque giorni di autobotte. Con la condotta, uno. Il conto lo ha fatto il primo ministro etiope Abiy Ahmed giovedì a Damerjog, striscia di costa a sud della capitale di Gibuti dove sta nascendo una zona industriale tra il mare e il confine somalo: qui, accanto al presidente gibutiano Ismail Omar Guelleh e al miliardario nigeriano Aliko Dangote, ha posato la prima pietra di un oleodotto lungo 120 chilometri che dovrà portare benzina, gasolio e cherosene per aerei fino a Dewele, la prima stazione oltre la frontiera etiope.L’opera costa 660 milioni di dollari, riferisce Bloomberg, e li mettono in due: Dangote Industries, il gruppo dell’uomo più ricco d’Africa, ed Ethiopian Investment Holdings, il fondo sovrano di Addis Abeba, con il sostegno dell’Afreximbank, la banca panafricana per il commercio. I serbatoi avranno una capacità di circa 375.000 metri cubi a Damerjog e di 800.000 a Dewele; il terminale occuperà un’ottantina di ettari; l’entrata in funzione è prevista entro 18 mesi, dunque all’inizio del 2028. Per un Paese che dal 1993, da quando l’Eritrea è diventata indipendente, non ha più uno sbocco sul mare e fa passare da Gibuti quasi tutto ciò che importa, carburante compreso, è la prima infrastruttura del genere.«È più di un oleodotto: è un investimento nella crescita futura, con il capitale africano al centro», ha scritto Abiy su X, promettendo meno «costi logistici e ritardi» e più «sicurezza energetica» e «resilienza» per il corridoio Etiopia-Gibuti. Dal palco ha aggiunto: «Dobbiamo ora trasformare questo impegno in un oleodotto funzionante». Guelleh ha parlato di posti di lavoro e di più volumi per i suoi porti, ma ha messo una condizione: «Un oleodotto che non sappiamo manutenere da soli non è indipendenza».Il corridoio sotto attaccoPerché un oleodotto proprio adesso? Perché la strada che dovrà affiancare è, da mercoledì, un fronte. Il 23 settembre è ripresa la guerra tra il governo federale e il Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf), il partito che governa la regione settentrionale, e ciascuna parte accusa l’altra di aver iniziato: «guerra totale», dice un dirigente tigrino; l’ex leader del Tigrè Getachew Reda, oggi consigliere di Abiy, rovescia le responsabilità sul Tplf. I ribelli hanno preso gli aeroporti della regione, costringendo Ethiopian Airlines a sospendere i voli, e sono entrati nell’Afar, catturando Abala, un capoluogo distrettuale sulla direttrice che porta a Gibuti.Il rimando alla storia recente lo fa Kjetil Tronvoll, dell’Oslo New University College, all’AFP: la spinta in Afar replica la strategia del conflitto 2020-2022, tagliare le linee di rifornimento per bloccare carburante e importazioni che arrivano dal porto gibutiano. Il 21 settembre il Tplf e altri sei movimenti armati — tra cui le milizie amhara Fano e l’Esercito di liberazione oromo — si sono uniti nella Ethiopian Peoples’ Forces Alliance for Survival. Addis Abeba, per bocca della portavoce di Abiy Billene Seyoum, li accusa di ricevere denaro da Asmara; l’Eritrea nega. L’Unione Europea chiede una «de-escalation immediata», l’Igad, l’organizzazione regionale del Corno d’Africa, un cessate il fuoco e il dialogo.Una condotta interrata si ferma meno facilmente di una colonna di camion: la prima pietra di Damerjog è anche il modo di Abiy di dire ai ribelli che l’arma del blocco stradale, la prossima volta, varrà meno. Ma tra i due capi di Stato e il miliardario nigeriano, giovedì, nessuno ha nominato il Tigrè. Il Tplf e il fronte alleato non hanno reagito al progetto; Dangote non ha commentato il rischio per la sicurezza lungo il tracciato.Restano i numeri di Abiy: cinque giorni oggi, uno domani. In mezzo, 18 mesi di cantiere e una guerra che, secondo l’Onu, conta già circa 750.000 sfollati nel solo Tigrè.