Bedin, Lega Serie B: «Non possiamo permetterci di perdere il treno degli investimenti internazionali negli stadi»

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La Serie B rappresenta forse il punto di osservazione dal quale meglio si possono cogliere le contraddizioni dell’impiantistica sportiva italiana.Questo perché si tratta di un campionato profondamente legato alle città e ai territori, nel quale convivono realtà molto diverse per dimensioni, capacità economica, proprietà e prospettive di sviluppo, ma che condividono spesso le difficoltà legate alla qualità delle infrastrutture.Dopo aver attraversato il Paese, osservando progetti, interventi, occasioni mancate e percorsi ancora in fase di definizione, il viaggio portato avanti dalla rubrica Stadi che rigenerano arriva così a confrontarsi con il punto di vista di chi rappresenta una delle componenti centrali del calcio professionistico italiano.Abbiamo infatti intervistato Paolo Bedin, presidente della Lega Serie B, partendo proprio dalla fotografia degli impianti del campionato cadetto e dal loro rapporto con le città nelle quali sono inseriti.Perché la questione infrastrutturale non riguarda soltanto la qualità dello stadio, ma investe direttamente la capacità dei club di sviluppare ricavi, diversificare le proprie attività e rafforzare il valore dei propri asset.Nel ragionamento di Bedin emerge quindi anche il ruolo che una Lega può assumere nell’accompagnare le società, dalla progettazione alla ricerca di strumenti e competenze, fino alla costruzione di un rapporto più efficace con istituzioni e territori.Una prospettiva che passa anche attraverso gli esempi concreti di questa nuova stagione sportiva, senza prescindere dal possibile effetto di Euro 2032 sull’intero sistema e dalle opportunità offerte dalla nuova normativa sugli stadi.E che rimarca soprattutto la necessità di un cambio di approccio: non partire dal progetto architettonico, ma dalla sostenibilità economica dell’operazione e dalla capacità di costruire un investimento credibile.DOMANDA. Presidente Bedin, nel nostro viaggio attraverso l’impiantistica sportiva italiana abbiamo incontrato realtà molto diverse tra loro: da progetti particolarmente avanzati, a situazioni nelle quali la prospettiva di una trasformazione resta ancora lontana. La Serie B rappresenta, per caratteristiche, una sorta di fotografia in scala dell’Italia dei territori, con club che giocano in città e contesti economici molto differenti. Qual è oggi, dal suo osservatorio, la fotografia degli impianti?RISPOSTA. Rappresentiamo una fotografia in scala dell’Italia, è esattamente così. Ma al di là della nostra divisione nello specifico, ritengo che a livello più generale l’Italia sia rimasta uno degli ultimi Paesi europei a non aver attuato una riqualificazione infrastrutturale a livello organico.Non parlo solo di stadi ma anche di arene, di palasport e di centri sportivi, quindi tutta quella che è l’impiantistica sportiva. Non sono mancati episodi ma si tratta di casi isolati e che sono il risultato di iniziative private o delle singole proprietà. Non sono iniziative inserite una visione complessiva o in una progettualità di Sistema Paese. Quindi, malgrado – o al netto – di esempi che possono ritenersi anche virtuosi, paghiamo le conseguenze di questa assenza sistemica in termini di capacità di proporsi o organizzare grandi eventi internazionali o banalmente dare sviluppo a società sportive professionistiche.D. Considerando che mediamente, a differenza della Serie A – dove gli impianti sono spesso isolati o sommersi dal tessuto urbano globale – la Serie B si sviluppa in centri urbani in cui lo stadio è storicamente integrato nei quartieri residenziali, come ritiene debba essere letto oggi il ruolo urbano e sociale degli impianti??R. Uno stadio, a prescindere che ospiti abitualmente club di Serie A o B, serve anche a essere utilizzato per finalità diverse da quelle sportive, è indubbio. Ed è utile sia per attività a carattere diciamo così, quotidiano rispetto a quelle che possono essere le esigenze del quartiere e del territorio come, ad esempio di natura commerciale ma, perché no anche educativa, sia per eventi extra sportivi di vario genere.Da qui il termine multifunzionalità, termine spesso abusato a usato a vuoto, ma è così che dovrebbe essere.E aggiungo un’altra considerazione a mio avviso fondamentale.D. Prego…R. Quando parliamo di nuovi impianti, dobbiamo ragionare sul concetto di impianti rinnovati. Ritengo che il modello italiano, che ancora deve affinarsi, non deve andare nella direzione già intrapresa da altri grandi Paesi che guardano alla costruzione ex novo. In Italia, mettere mano all’impiantistica sportiva vuol dire nella maggioranza dei casi riqualificare l’esistente, lavorare sul sedime già utilizzato. Stadi che rigeneranoGiorgio Lupoi, Speri: «Bisogna smettere di pensare allo stadio come un impianto sportivo, deve diventare un pezzo di città»La capacità di costruire una sinergia tra club, istituzioni, investitori e territorio è la condizione necessaria per una vera rigenerazione degli stadi italiani. Giorgio Lupoi, ceo di SPERI, analizza condizioni e ostacoli di questo processo.D. Quanto il livello e la qualità delle infrastrutture condizionano oggi la capacità dei club di Serie B di sviluppare nuovi ricavi? O per essere ancora più diretti, in che misura uno stadio moderno, accessibile e dotato di funzioni complementari incide sul conto economico di una società?R. Da un punto di vista sportivo la mancanza dello stadio moderno limita concretamente lo sviluppo di quella che possiamo definire come “l’azienda” club. Questa mancanza non permette di diversificare o incrementare i ricavi e, tema a molto caro, non incide positivamente sul cronico disequilibrio economico finanziario che caratterizza il nostro sport.Ad oggi, con la situazione dell’impiantistica che interessa gran parte non è possibile sviluppare ricavi da hospitality e da servizi in generale; non è possibile lavorare sull’incremento del ticketing, e ancor meno lavorare su nuove forme di partnership e di sponsorizzazioni. È oggettivo che uno stadio nuovo – o rinnovato – genera da un minimo del 30% al massimo di 50% di ricavi in più di un club medio.Si tratta quindi di un qualcosa che è a dir poco fondamentale per l’aspetto della patrimonializzazione dei club.Non possiamo non ricordare che le aziende calcistiche sono aziende non patrimonializzate, non dispongono delle leve classiche del bilancio che esistono invece in tutti i compartimenti industriali: proprio per questo un impianto rinnovato, con le caratteristiche abbiamo descritto, diventerebbe invece un elemento chiave capace di dare valore all’asset aziendale.D. Quanto è importante, per la Lega Serie B, accompagnare i club nella costruzione di un rapporto sempre più stretto tra società, istituzioni locali e territorio, quale dovrebbe essere il suo ruolo?R. Penso, prima di tutto, che le leghe e le federazioni debbano avere un ruolo. E questa affermazione non è fine a sé, perché parliamo di entità che hanno nelle loro finalità la responsabilità di far crescere il sistema.Supportando e affiancando il club nel processo complesso di pianificazione di un nuovo impianto o ristrutturazione dell’esistente. Come farlo? Beh, dipende dal grado di interventismo, ossia di quanto una lega voglia e possa incidere sul tema.Oltre un decennio fa, quando il presidente della Lega Serie B era l’attuale ministro dello Sport (Andrea Abodi, N.d.R.) veniva lanciata B Futura, una società di scopo della Lega Serie B, dedicata esclusivamente al supporto dei club nella progettazione degli impianti. Società che nel passaggio di governance successiva è stata chiusa ma che, è mia ferma intenzione, rilanciare. È infatti mia intenzione aprire, non una società, ma uno “sportello infrastrutture”, definiamolo così, che però abbia le stesse finalità della vecchia B Futura. Quindi fornire tutte le aree di competenze e informazioni per i club che intendono cimentarsi nell’avventura – perché così va definita – di un nuovo impianto sportivo.Paolo Bedin. Image credit: Lega Serie BStadi che rigeneranoArezzo, il laboratorio che può fare scuola: quando uno stadio diventa un progetto di cittàIl nuovo “Città di Arezzo” non rappresenta soltanto la riqualificazione di un impianto sportivo ma è uno dei primi casi concreti in cui normativa, sostenibilità, rigenerazione urbana e multifunzionalità convergono all’interno di un progetto.D. In questa stagione alcuni club o alcuni progetti che sta osservando con particolare interesse? Insomma, quali esperienze ritiene possano rappresentare oggi dei casi da studiare?R. C’è sicuramente grande fermento. Molte proprietà hanno inserito il tema stadio o centro sportivo tra le priorità strategiche nelle agende del club.Il neopromosso Venezia con il nuovo progetto stadio e centro sportivo appena completato è sicuramente un esempio.O ancora il neoretrocesso Pisa, che sta lavorando sulla nuova Arena Garibaldi e sul nuovo centro sportivo; c’è ovviamente Il Palermo, con un progetto di grande respiro che guarda a Euro 2032. Oppure l’Empoli, che ha concluso l’iter amministrativo per il nuovo Castellani e il neopromosso Arezzo con il bellissimo progetto del presidente Manzo. Vorrei anche citare il centro sportivo del Modena che è un gioiellino ma poi anche Padova e Ascoli che hanno rifatto le curve o il Catanzaro è pronto a rifare due settori dello stadio. I progetti sono tanti, indubbiamente molto diversi per dimensioni e obiettivi, ma che dimostrano con estrema chiarezza che lo stadio sta tornando centrale per le società.D. Euro 2032 porterà necessariamente a concentrare una parte significativa degli investimenti su un numero limitato di impianti. Ma come si può fare in modo che questo percorso produca un effetto positivo sull’intero sistema dell’impiantistica italiana?R. Chiedo da tempo – e non sono l’unico a farlo – che Euro 2032 non si fermi agli impianti che ospitano la manifestazione ma diventi un acceleratore per l’intero sistema infrastrutturale italiano. Un qualcosa che Abodi lo ha più volte sottolineato, parlando anche di capoluoghi di provincia, di stadi meno piccoli.Tuttavia per riuscirci sono convinto che ci debba essere un forte input politico e una altrettanto forte regia centrale. La figura del commissario straordinario rappresenta un passaggio importante in questo senso, perché offre una maggiore certezza dell’iter, perché c’è un soggetto in grado di rendersi un solido riferimento per i comuni e, non di certo da ultimo, può essere l’elemento fondamentale che districa tutti gli inevitabili nodi che verranno a crearsi e accompagna i proponenti in tutte le fasi del processo.D. La nuova normativa sugli stadi ha provato a intervenire proprio su alcuni dei nodi che storicamente hanno rallentato la trasformazione degli impianti italiani. Quali sono gli elementi che possono incidere per avviare concretamente nuovi interventi? E cosa manca invece affinché la semplificazione spossa tradursi in cantieri?R. Rispetto a vent’anni fa c’è sicuramente molto di più a disposizione. Permangono tuttavia dei problemi. Il primo è quello della conoscenza, in particolare degli strumenti normativi messi a disposizione per realizzare un nuovo stadio o riqualificare il vecchio: è un dato di fatto che il nostro mondo non sia ancora così ben informato – se non addirittura capace – di approfondire seriamente la materia dell’iter stadi.E l’altro grande problema che vedo da tanto tempo è che non si può partire dal fondo. Mi spiego, per decenni siamo partiti dai progetti, dai render e dai video.Ma non è questa la realtà, non quella che vediamo negli altri Paesi e che con le nostre norme, ancor più quelle nuove, possiamo mettere in pratica.La strada da percorrere indica chiaramente che prima di tutto vengono gli studi di fattibilità, il progetto preliminare e il piano economico – finanziario, dai quali si possono ottenere dati.Dati che non necessariamente ci spronano a proseguire ma che eventualmente ci convincono anche a fermarci, perché non ci danno un ritorno dell’investimento tale da imbarcarci nelle operazioni.Ricordiamo che il progetto stadio è un multiplo degli investimenti sul club ed è un multiplo che non posso quantificare ma è molto, molto alto.Chiudendo la parentesi e tornando agli strumenti di cui sopra, solo dopo gli studi preliminari e il piano economico sempre che risultino soddisfacenti, si ricava un commitment, strumento che poi è utile al piano e architettonico e ingegneristico.Ecco che il paradigma attuale va dunque invertito soprattutto dall’approccio culturale.D. La Serie B presenta oggi una composizione molto variegata anche dal punto di vista delle proprietà: da gruppi internazionali come il City Football Group, proprietario del Palermo, a investitori stranieri come Joseph Tey alla Sampdoria, fino a società ancora legate a imprenditori e famiglie italiane, come nel caso dell’Avellino della famiglia D’Agostino o dell’Empoli della famiglia Corsi. Quanto cambia nella sua esperienza, il dialogo con i club a seconda della natura della proprietà?R. La presenza di proprietà di diversa natura è un dato di fatto sul quale è pleonastico continuare a soffermarci, fenomeno tra l’altro che ha investito prima gli altri Paesi occidentali e, solo dopo il nostro.Più che la geografia di appartenenza o le caratteristiche della proprietà, incidono altri elementi che ritengo indispensabili: la visione del progetto, l’orizzonte temporale dell’investimento e la capacità di programmare.Ribadito questo, ritengo a dir poco essenziale che ci siano proprietà disposte a investire nel calcio e ancor più negli asset strategici come possono essere lo stadio e il centro sportivo.In questo senso non possiamo permetterci di disperdere la capacità finanziaria e la volontà di gruppi internazionali di investire su questi aspetti. Non possiamo permetterci di perdere il treno, ci sono in ballo investimenti milionari che evidentemente non tutti possono pensare di portare avanti.D. Guardando alle seconde divisioni dei principali campionati europei, a suo avviso quali lezioni potrebbe apprendere la Serie B italiana? Non parliamo soltanto sul piano degli impianti, ma anche per il rapporto con la massima serie, per i meccanismi di solidarietà e redistribuzione e rapporto tra proprietà, club, tifosi e territori.R. Più che trovare un modello è utile osservare le esperienze europee più avanzate. La Bundesliga 2 in questo senso dimostra come una seconda divisione possa avere bilanci in ordine, stadi moderni, una fanbase solida e numerosa con un fortissimo radicamento territoriale.Questa sintesi credo possa rappresentare il perfetto modello vincente.Tra l’altro un modello in tutto e per tutto funzionale alla prima divisione, capace di lavorare sulla cooperazione in tema di giovani e di impiantistica sfruttando al meglio una solidarietà e una mutualità ben più importante di quella che conosciamo noi.Il mio sogno e il mio obiettivo è che la Serie B possa diventare qundi diventare una componente importantissima della filiera del calcio professionistico e non un campionato bollato frettolosamente come inferiore rispetto alla Serie A.In definitiva quello che vorrei è che ci fossero ruoli precisi e un lavoro serio ed efficiente di filiera.