La vera inclusione scolastica passa dalla cooperazione

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Nei primi dieci anni di vita di un essere umano si forma, come noto, la maggior parte delle sue capacità, tra cui le principali competenze sociali. Per questo, ferma restando l’importanza della famiglia, già in altra occasione sottolineata (23 maggio 2026), è verosimile che l’inclusione – ovvero la partecipazione sociale, su base di uguaglianza, di tutte le persone – o nasca nella scuola primaria oppure, poi, difficilmente possa vedere la luce nel prosieguo del percorso. Si tratta di un’asserzione forte, che cercherò ora di argomentare. Non voglio, con essa, scoraggiare gli educatori della scuola secondaria dal provare ogni iniziativa in tal senso, né negare che sia in certa misura possibile diventare inclusivi anche in età avanzata.Rimane, tuttavia, il fatto che la realtà attuale sia strutturalmente escludente nei confronti delle persone con disabilità, e che la scuola, in Italia, pur formalmente inserendo da decenni tutti (o quasi) i bambini in classi comuni, non abbia saputo svolgere una funzione rilevante sul piano inclusivo. In questo e nei prossimi articoli settimanali sul Corriere, pertanto, cercherò di delineare alcune considerazioni che spero possano essere utili a chi vive quotidianamente la realtà scolastica, al fine principale di favorire l’inclusione.La scuola, come ogni organismo sociale, è parte di un intero, e una parte riesce a vivere, in un intero, solo se si conforma alle sue dinamiche. L’intero di cui la scuola è parte è la totalità sociale capitalistica. Essa si struttura in base a modalità competitive, in cui le imprese competono tra loro per massimizzare i profitti, i lavoratori competono tra loro per ottenere gli impieghi più remunerativi, i consumatori competono tra loro per acquisire i beni ai prezzi migliori, e così via. Si sente spesso dire che la competizione è alla base del progresso moderno. Quest’ultimo, però, insieme all’incremento quantitativo delle merci, ha prodotto anche un drastico deterioramento qualitativo dell’ambiente naturale e sociale, tale da mettere fortemente a rischio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta. Quasi mai, inoltre, ci si ricorda che molto di ciò che di positivo è stato fatto, è dovuto non tanto alla competizione, quanto al suo contrario, ossia alla collaborazione. Anche nelle imprese private, in effetti, i lavoratori collaborano per produrre i vari beni. L’articolo 45 della Costituzione afferma infatti giustamente, in merito, che “la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione”. Quest’ultima, inoltre, è determinante nell’attività biologica di tutte le specie viventi, principalmente di quelle che nel lungo termine sono risultate più longeve.Detto ciò, per favorire la nascita di un clima maggiormente cooperativo tra le persone, occorrerebbe cercare di far meglio comprendere, alle istituzioni come ai docenti – pur all’interno di un sistema scolastico tuttora dominato dall’ideologia competitiva –, come già dalla scuola primaria sia necessario aumentare la collaborazione tra gli studenti. Se infatti, sin da quando sono piccoli, i bambini vengono abituati ad una continua gara individuale a chi ottiene i voti più alti, vi è poca speranza che, in futuro, possa prendere forma una diffusa coesione comunitaria. Nonostante quest’ultima rappresenti il fine naturale di ogni società desiderosa di vivere bene, essa viene in effetti purtroppo osteggiata dall’attuale modo di produzione, il quale è consapevole che le modalità comunitarie si oppongono alle dinamiche competitive che lo caratterizzano.Poiché, date queste premesse, l’attività educativa scolastica dovrebbe, sul piano della consapevolezza comunitaria, essere reimpostata in maniera radicale, cercherò innanzitutto di argomentare come solo una scuola in grado di favorire la cooperazione possa agevolare, insieme all’apprendimento, anche l’inclusione dei più fragili, nonché come tale processo costituisca un bene per tutti. Per fare questo, può essere utile prima ricordare che esistono, di massima, due modelli di scuola alternativi, ossia quello “cooperativo”, in cui cooperare significa collaborare, con approccio comunitario, per raggiungere fini comuni a beneficio di tutti, e quello “competitivo”, in cui competere significa gareggiare in opposizione gli uni agli altri, con approccio individualistico, per raggiungere fini propri.I docenti, tuttora numerosi, i quali ritengono, avendo interiorizzato le abitudini sociali del nostro tempo, che la scuola debba continuare con le modalità competitive attuali – le quali sarebbero anzi, secondo alcuni, da inasprire –, sostengono che, mediante esse, gli studenti siano spinti a dare il massimo, ovvero che le medesime facciano emergere il merito, preparando i giovani alla competizione del mondo esterno. Non credo sia così, ma non si potrebbe dire meglio ciò che l’odierno modo di produzione si aspetta dalla scuola, sul piano della preparazione al lavoro. Peccato però che la scuola dell’obbligo non sia o, meglio, non dovrebbe essere un luogo strumentale di mera istruzione professionale, ossia di fornitura di strumenti tecnici (le famose 3i), ma un luogo educativo, ovvero di cultura, di formazione di esseri umani per favorire la realizzazione, sul piano individuale e sociale, della loro buona vita. Tutte le persone, infatti, dovranno sempre collaborare con altre persone, anche con quelle caratterizzate da difficoltà fisiche o intellettive, che nell’attuale sistema scolastico vengono spesso marginalizzate. Non è auspicabile, pertanto, continuare a strutturare la scuola come un luogo selettivo, tale in sostanza da escludere un elevato numero di giovani da una reale condivisione comunitaria del percorso educativo. La scuola dovrebbe essere impostata in modo da agevolare una maggiore cooperazione tra studenti, base necessaria della loro futura collaborativa partecipazione sociale.Se la scuola, per il miglioramento del mondo, deve insegnare a cooperare, la cooperazione, come modalità educativa, risulta più utile della competizione, la quale anzi si presenta, sotto diversi aspetti, come disfunzionale a tale fine. La lotta per i voti più alti crea infatti ansia in tutti gli studenti, nonché frustrazione in chi ha maggiori difficoltà, sfavorendo l’inclusione. In generale, la competizione non realizza un clima di benessere, ed è noto a tutti che si impara meglio in contesti in cui regna l’armonia, non in contesti conflittuali. In tali situazioni, in effetti, larga parte delle energie psichiche viene sprecata non per apprendere, o per socializzare, ma per escogitare i mezzi, più o meno leciti, per primeggiare (o per salvarsi). Ciò produce, peraltro, sentimenti diffusi di egoismo, invidia, ostilità, ossia l’esatto opposto, sul piano relazionale, di ciò che servirebbe se il fine fosse davvero la costruzione di un mondo migliore per tutti. La cooperazione agevola invece un ambiente inclusivo, in cui le differenze non solo vengono accettate, ma valorizzate, dato che ciascuno, in tale quadro, con le proprie specificità, può dare un contributo utile a sé e agli altri, favorendo la buona vita comune.La cooperazione, certo, pur essendo un’attitudine naturale per gli esseri umani, in un contesto competitivo come quello attuale non può emergere autonomamente, in nessun ambito. Essa va pertanto costruita, anche a scuola, attraverso una collaborazione continua tra docenti e studenti. Il dialogo quotidiano è in merito la necessaria struttura relazionale che, soltanto, può rendere possibili nel tempo efficaci processi di apprendimento. Questi ultimi, in effetti, si rivelano profondi, quindi duraturi, solo se si realizzano mediante una costante elaborazione condivisa delle tematiche trattate. Un’acquisizione passiva di nozioni tramite mera trasmissione unilaterale del sapere – la quale potrebbe peraltro, ormai, essere fruita dagli studenti in maniera autonoma, grazie alle nuove tecnologie –, riesce infatti soltanto a produrre apprendimenti superficiali, dunque temporanei, come tali rimossi dal cervello non appena divengono inutili ai fini della verifica.I docenti migliori, realmente insostituibili, sono perciò solo quelli che agevolano la cooperazione dialettica tra studenti, ossia la costruzione comunitaria della conoscenza. Se ogni classe iniziasse a pensarsi come un gruppo con finalità comuni, quale dovrebbe essere anche la società, assisteremmo sicuramente a processi inclusivi molto più marcati, anziché alla sostanziale esclusione di chi è più in difficoltà, come purtroppo accade spesso oggi. Se a scuola, sin da piccoli, si imparasse infatti a cooperare, nella vita si sarebbe maggiormente portati a farlo, ossia a dare – da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni – per il bene proprio e di tutti. Se a scuola, invece, si apprende soltanto a competere individualmente per piazzarsi bene nella “classifica finale”, nella vita si sarà poi indotti a fare la stessa cosa, senza alcuna attenzione verso gli ultimi.Per questa ragione i docenti hanno un compito fondamentale, il quale, per realizzarsi, va tuttavia svolto sapendo che favorire la cooperazione costituisce un fine primario della loro attività educativa, non un mero accessorio opzionale.luca.grecchi@unimib.it