Israele, Netanyahu all’Onu tra proteste internazionali e campagna elettorale

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha utilizzato il discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per difendere le operazioni militari di Israele e rispondere alle crescenti critiche internazionali, mentre decine di delegati hanno abbandonato l’aula durante il suo intervento. Netanyahu ha definito i rappresentanti che lasciavano la sala «codardi morali».L’immagine dei numerosi seggi vuoti ha accompagnato un discorso nel quale il primo ministro ha rivendicato le operazioni condotte contro Iran, Hamas e Hezbollah e attaccato diversi governi e personalità internazionali. Tra i bersagli delle sue critiche sono comparsi anche Qatar, Turchia e il sindaco di New York Zohran Mamdani.L’intervento arriva inoltre a poco più di un mese dalle elezioni israeliane del 27 ottobre. La politica di sicurezza e i risultati delle operazioni militari rappresentano una parte centrale della campagna di Netanyahu, mentre rimane aperto in Israele il confronto sulle responsabilità politiche e militari per il fallimento che precedette l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.Netanyahu ha mostrato dalla tribuna anche un cercapersone, richiamando l’operazione del settembre 2024 contro Hezbollah in Libano. Il riferimento ha permesso al primo ministro di riportare l’attenzione sulle capacità operative e di intelligence israeliane sviluppate nel corso del conflitto.Israele conserva capacità militari e tecnologiche considerevoli e negli ultimi anni ha condotto operazioni contro comandanti, infrastrutture e sistemi militari dei propri avversari. Il dibattito riguarda però sempre più la capacità di trasformare questi risultati operativi in obiettivi politici duraturi.L’indebolimento delle strutture militari di Hamas o Hezbollah, infatti, non determina automaticamente una soluzione delle questioni politiche palestinese e libanese. Analogamente, i danni inflitti alle capacità iraniane non eliminano il confronto strategico tra Israele e la Repubblica islamica.La prosecuzione dei combattimenti e la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza hanno contemporaneamente aumentato le pressioni internazionali sul governo israeliano. Il walkout all’Assemblea generale rappresenta una manifestazione visibile di questa crescente contestazione diplomatica, senza significare automaticamente una rottura delle relazioni tra Israele e i Paesi coinvolti.Poco prima dell’intervento di Netanyahu aveva parlato all’Assemblea generale, attraverso un messaggio video, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. Gli Stati Uniti non gli avevano concesso il visto necessario per partecipare personalmente alla sessione.Abbas ha denunciato la situazione nella Striscia di Gaza e le politiche israeliane nei territori palestinesi, sostenendo che esse minacciano non soltanto la prospettiva dei due Stati, ma la stessa sopravvivenza politica e sociale dei palestinesi. Ha inoltre ribadito la richiesta di uno Stato palestinese accanto a Israele.La posizione dell’Autorità palestinese rimane tuttavia condizionata dalla sua limitata capacità di controllo sul territorio e dalle divisioni politiche palestinesi. Sul piano diplomatico, la questione palestinese continua invece a occupare una posizione centrale nel confronto internazionale sul Medio Oriente.Un altro elemento significativo della visita di Netanyahu a New York è stata l’assenza di un incontro con Donald Trump. Il primo ministro ha compiuto una visita particolarmente breve e non era inserito tra i leader che il presidente americano avrebbe incontrato a margine dell’Assemblea generale. Un funzionario statunitense aveva attribuito la mancata riunione principalmente a problemi di agenda.L’episodio non dimostra di per sé un cambiamento dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele, che rimane centrale per la sicurezza israeliana, ma arriva in una fase nella quale Washington e Gerusalemme devono conciliare interessi e calendari politici non sempre coincidenti.Per Netanyahu la priorità immediata è anche la campagna elettorale israeliana. Trump deve invece considerare le conseguenze economiche e politiche delle crisi mediorientali in vista delle elezioni americane di metà mandato.Un’eventuale prosecuzione delle tensioni regionali avrebbe inoltre conseguenze economiche che superano Israele. L’aumento dei costi energetici e delle assicurazioni, le difficoltà delle rotte commerciali e l’incertezza sugli investimenti possono incidere sull’intero Mediterraneo orientale e sui Paesi del Golfo.Per Israele una fase prolungata di mobilitazione comporta anche costi legati alla spesa militare, al richiamo dei riservisti, agli investimenti e al turismo. La sostenibilità della strategia israeliana dipende quindi non soltanto dai risultati ottenuti sul campo, ma anche dalla capacità di mantenere relazioni internazionali e prospettive politiche per la fase successiva ai combattimenti.Il discorso alle Nazioni Unite ha mostrato così le due dimensioni dell’attuale posizione israeliana: da una parte la capacità militare rivendicata da Netanyahu, dall’altra una crescente contestazione diplomatica. La questione che accompagnerà anche la campagna elettorale sarà quanto i risultati militari ottenuti dal governo possano tradursi in maggiore sicurezza e in una posizione internazionale sostenibile nel lungo periodo.