Trent’anni di silenzio: ecco perché l’industria musicale evita le canzoni contro la guerra

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A luglio il ministro della Cultura Giuli aveva difeso la libertà culturale senza filtri ideologici. In questi giorni, invece, il ministro israeliano Zohar chiede la revoca della cittadinanza ai registi del documentario Naza (premiato a Venezia) per aver mostrato i meccanismi delle uccisioni di civili a Gaza. Libertà proclamata sulla carta, opere scomode colpite nei fatti: è in questo contrasto che a Un Giorno Speciale si apre il confronto sulla scomparsa delle canzoni contro la guerra.Il vuoto degli ultimi trent’anniAbbiamo aperto il confronto partendo da un dato concreto: interrogando un motore di ricerca sulle canzoni contro la guerra più celebri, l’elenco che ne esce – La guerra di Piero, Auschwitz, Generale, C’era un ragazzo che come me amava i Beatles, fino a Imagine e Russians – si ferma tutto tra gli anni Sessanta e la metà degli Ottanta. Da lì in avanti, il vuoto: “Non c’è nulla negli ultimi 25-30 anni”, quelle canzoni sono nate proprio negli anni della Guerra Fredda e del Vietnam, quando il tema era ancora centrale nel discorso pubblico.A raccogliere la questione è stato Giorgio Bianchi, che ha spostato subito il fuoco dagli artisti all’industria discografica: “Il problema non è tanto colpa degli artisti quanto colpa dell’industria culturale e discografica”, ha detto Bianchi, aggiungendo di aver ascoltato brani indipendenti e underground anche struggenti, che semplicemente non trovano “il riflettore” e “la classifica”.“Alzano e abbassano il cursore”Il ragionamento di Bianchi si è spinto oltre la semplice disattenzione del mercato. Secondo il commentatore esiste un meccanismo di regolazione consapevole: “Nel momento storico in cui devi dirottare i giovani sul binario morto della violenza, del nichilismo, dell’autodistruzione, alzi il cursore del trap, del trash. Nel momento in cui devi abbattere un modello sociale per imporne un altro, alzi il cursore del ribellismo”, ha spiegato, definendolo un progetto preciso in cui “i cursori li sanno regolare perfettamente”.Alberto Contri ha inquadrato la dinamica in un fenomeno più ampio, quello dell’autocensura dell’industria culturale, che tende a “riprodurre continuamente ciò che ha funzionato” evitando sistematicamente ciò che “disturba il manovratore”. A sostegno della tesi, Contri ha richiamato il caso del documentario premiato a Venezia sulla Striscia di Gaza, i cui autori – israeliani ed ebrei – sono ora “perseguiti da Israele come traditori della patria”, con la minaccia di revoca della cittadinanza. Un rovesciamento che il commentatore ha definito orwelliano: “La pace guerra, la guerra pace. Qui siamo a un rovesciamento totale. Mai come oggi Orwell si dimostra sempre più attuale”.The post Trent’anni di silenzio: ecco perché l’industria musicale evita le canzoni contro la guerra appeared first on Radio Radio.