Trump: «Con Cuba faremo un accordo, l’esercito non servirà». L’Avana all’Onu si dice pronta al dialogo

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NEW YORK — Cuba e Stati Uniti «faranno un accordo». E l’esercito non servirà. Lo ha detto Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ai cronisti sul prato sud della Casa Bianca, prima di salire sull’elicottero per il Tennessee: «Vogliamo aiutare Cuba. Vogliamo aprire Cuba alla nostra gente». Nello stesso sabato, dalla tribuna dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha detto che L’Avana «è sempre stata e sarà sempre pronta al dialogo» con Washington per risolvere le divergenze bilaterali.È un’apertura a parole, non un negoziato con un tavolo e una data. Reuters, che riferisce le frasi del presidente, ricorda che la stessa amministrazione ha dichiarato apertamente di puntare al cambio di governo a Cuba. Martedì, davanti alla medesima Assemblea generale, Trump aveva definito l’isola «uno Stato assolutamente fallito», sotto «la più grande pressione mai subita», e aveva annunciato che il governo comunista «cadrà» e che «la libertà arriverà» (la delegazione cubana uscì dall’aula mentre parlava). Anche oggi, prima di parlare di accordo, ha premesso che «Cuba sta fallendo molto male». La domanda dei cronisti, del resto, era sull’ipotesi di un’azione militare, alla luce delle notizie sull’attivazione dei riservisti.I numeri raccontano il resto. L’embargo americano è in vigore da oltre sessant’anni e dal 1992 l’Assemblea generale approva ogni anno, a larghissima maggioranza, una risoluzione che ne chiede la fine. Nel corso del 2026 Washington vi ha aggiunto un blocco petrolifero: penuria di carburante, blackout — l’ultimo nazionale il 19 settembre — su una rete elettrica già fatiscente, difficoltà, secondo le autorità cubane, anche nell’approvvigionamento di cibo. Il turismo internazionale, tra gennaio e agosto, è crollato del 64,4 per cento sull’anno precedente, secondo l’ufficio statistico cubano.La tribuna dell’OnuRodríguez ha chiamato il blocco «un atto di punizione collettiva» destinato a provocare una crisi umanitaria. Ma ha messo sul tavolo un’offerta: negoziare su basi di «uguaglianza sovrana» e «senza precondizioni», e aprire «a rapporti commerciali e d’affari con le imprese statunitensi, come con quelle di qualunque altro Paese». Sull’ipotesi di un attacco americano, che a suo dire causerebbe enormi distruzioni, si è limitato a una frase: «Speriamo che non accada mai». Non ha citato direttamente le parole di Trump.Per capire bisogna tornare a gennaio, quando gli Stati Uniti hanno usato la forza militare per rimuovere il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Da allora la pressione sull’Avana è cresciuta: la campagna americana nei Caraibi e nel Pacifico orientale contro presunte imbarcazioni della droga conta oltre 230 morti in circa 70 attacchi. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha accusato Washington di «aggressione» e «guerra economica» e ha promesso di rispondere a ogni attacco. Il segretario di Stato Marco Rubio, che Trump ha descritto «immerso nei negoziati» con L’Avana, ha usato un tono diverso: «Non si rimediano sessant’anni e passa di cattiva gestione, corruzione e incompetenza in sei mesi. Ma Cuba ha un’occasione d’oro per mettersi su una strada irreversibile verso un futuro migliore, e siamo pronti ad aiutare se sono aperti».Perché allora si parla di riservisti? Perché venerdì CBS News ha visionato un messaggio interno con cui la Riserva dell’Esercito chiede ai comandi subordinati se possono fornire al Comando Sud — il comando Usa competente per America centrale, meridionale e Caraibi — unità di polizia militare, personale medico, un battaglione del genio e reparti logistici «possibilmente necessari in 90-120 giorni». Il testo non nomina Cuba; più funzionari americani, senza autorizzazione a parlare, dicono che rientra nella pianificazione rivolta all’isola. Nessun reparto ha ricevuto ordini di partenza e la Riserva non ha commentato. La Casa Bianca viaggia così su un doppio binario: la mano tesa in pubblico, i reparti contati in privato, e L’Avana ha sentito entrambi i messaggi.Quel che l’apertura di oggi non risolve è tutto il resto. Il blocco petrolifero resta in vigore, l’obiettivo dichiarato del cambio di governo non è stato ritirato e nessuna delle due parti ha indicato un luogo o un calendario per parlarsi. Sul fronte diplomatico Cuba incassa intanto il sostegno di Brasile, Messico e Pakistan: il presidente brasiliano Lula da Silva, dalla stessa tribuna, ha parlato di «punizione collettiva» contro dieci milioni di persone. La risposta, per ora, è una frase pronunciata prima di salire su un elicottero.