C’è un genere letterario che negli ultimi anni ha prodotto più titoli che evidenze: il necrologio della globalizzazione. Ogni dazio annunciato, ogni nave bloccata in un canale, ogni riunione del G7 diventa occasione per certificare un decesso che i dati si ostinano a non confermare. Il Kof globalisation index del Politecnico di Zurigo, che dal 1970 misura l’integrazione economica, sociale e politica di oltre duecento Paesi, non registra alcun crollo: l’indice si è stabilizzato su valori storicamente altissimi, ben sopra qualsiasi soglia pre-2000. Il Dhl global connectedness report racconta la stessa storia con altri strumenti: i flussi internazionali di merci, capitali, informazioni e persone si mantengono su livelli record e la quota di attività economica che attraversa i confini non mostra la contrazione che il dibattito pubblico dà per acquisita. La serie storica del commercio in rapporto al Pil mondiale, ricostruita da Our world in data, oscilla ma non precipita. Il paradosso è istruttivo. La retorica sovranista ha vinto la battaglia narrativa proprio mentre perdeva quella statistica. E la ragione è che sta misurando la cosa sbagliata.Quella che si è chiusa non è la globalizzazione, ma la sua prima fase contemporanea, costruita su due pilastri specifici: l’ingresso della Cina nel Wto nel 2001 e l’energia fossile a buon mercato. Entrambi hanno esaurito la loro funzione propulsiva. La Cina non è più la fabbrica a basso costo del mondo ma un competitore tecnologico che esporta sistemi, standard e capitali; il costo dell’energia non è più una variabile trascurabile, ma un fattore di rischio geopolitico esplicito. Cambiati i pilastri, cambiano i flussi, non la loro esistenza. Il commercio di servizi cresce infatti più rapidamente di quello dei beni, e la sua parte digitale (software, cloud, servizi professionali, proprietà intellettuale, eccetera) cresce più rapidamente ancora. Sono flussi che attraversano le frontiere senza container, senza dogane, senza fotografie. È globalizzazione che non si vede, e ciò che non si vede non entra nel dibattito. Gli investimenti diretti esteri si sono riorganizzati per geografia, non contratti in volume: meno Cina, più India, sud-est asiatico, Messico, Europa centrale. Il turismo internazionale ha recuperato e superato i livelli pre-pandemici. Nessuno di questi dati descrive una ritirata.Qui sta il punto teorico che il dibattito continua a mancare. Ciò che viene chiamato “deglobalizzazione” è in larga misura un’operazione di risk management delle catene globali del valore. Le imprese hanno scoperto – nel 2020 con la pandemia, nel 2021 con Suez, poi con la crisi dei semiconduttori, oggi con il blocco singhiozzo dello stretto di Hormuz – che la concentrazione della fornitura su un unico Paese non è efficienza ma esposizione. La risposta razionale non è chiudersi: è diversificare. “China+1”, friendshoring e dual sourcing sono strategie di portafoglio, non atti di autarchia. Ed è qui che l’analisi diventa interessante. Il Wto avrebbe dovuto sanzionare l’abuso di posizione dominante: sussidi opachi, trasferimenti tecnologici forzati, capacità produttiva costruita ben oltre la domanda interna. Non lo ha fatto poiché l’Organo d’appello è paralizzato da anni. Così la funzione antitrust è stata assunta dal mercato stesso: migliaia di decisioni decentrate di procurement che riducono la quota del fornitore dominante. È un antitrust globale privato, imperfetto e costoso, ma efficace dove le istituzioni multilaterali non si sono rivelate efficaci. Chiamarlo protezionismo è un errore di categoria: il protezionismo difende produttori nazionali, la diversificazione difende acquirenti globali. L’eccezione è la spinta isolazionista americana, che a differenza del resto usa lo strumento tariffario come leva politica generalizzata, ed è precisamente l’eccezione che conferma quanto tutto il resto sia altro.Mentre si celebrava con largo anticipo il funerale della globalizzazione, l’Unione europea firmava il Mercosur dopo venticinque anni di negoziato e l’accordo con l’India, le trattative con l’Australia avanzavano, raggiungeva intese con Indonesia, Cile, Messico, Nuova Zelanda e Kenya. Non è solo tradizione liberoscambista: è una strategia industriale precisa che si assicura due cose difficili da procurarsi altrove. Accesso alle materie prime critiche (litio, rame, terre rare) senza passare dalla mediazione cinese. E accesso a consumatori di qualità, cioè a mercati disposti a pagare un premio per standard, certificazione e reputazione, che è l’unico terreno su cui l’industria europea può competere non avendo né scala né energia a basso costo. L’Europa, insomma, sta facendo esattamente il contrario di ciò che le si attribuisce. Il problema semmai è che non lo racconta, lasciando che la narrazione della chiusura occupi lo spazio pubblico, mentre la politica commerciale apre.L’immagine proposta nel contributo di David Henig – un ordine mondiale che funziona come WhatsApp, per chat sovrapposte e non per assemblea plenaria – coglie bene la mutazione. Non esiste più un tavolo unico dove si negoziano regole universali; esistono decine di gruppi, alcuni ristretti, alcuni segreti, alcuni con partecipanti che compaiono in tutti. Ogni Paese sta in più chat contemporaneamente, spesso dicendo cose diverse in ciascuna. La coerenza si è persa; l’intensità delle conversazioni no. Ciò che cambia, allora, non è la quantità di globalizzazione, ma la competenza richiesta per starci dentro. Nella prima fase bastava ottimizzare il costo: chi trovava il fornitore più economico vinceva. Nella seconda, serve valutare simultaneamente costo, rischio geopolitico, dipendenza tecnologica, conformità regolatoria e reputazione. È un salto di complessità che premia le organizzazioni capaci di intelligenza strategica e penalizza quelle che sanno solo comprimere i margini. Per l’Italia, che vive di esportazioni e di catene di fornitura lunghe, la conseguenza è diretta: le politiche di autonomia strategica hanno senso solo se selettive – poche tecnologie realmente critiche – mentre l’autarchia generalizzata sarebbe un suicidio industriale mascherato da sovranità. La sfida non è uscire dalla globalizzazione. È imparare a stare in tutte le chat che contano, senza confondere il rumore delle notifiche con la fine della conversazione.Formiche 227