NEW YORK — «Non abbiamo alcuna fiducia nella parte americana e non sappiamo su quale base si possa raggiungere un’intesa». Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian lo ha detto ad Al Jazeera in un’intervista andata in onda sabato, prima di lasciare New York — dove ha incontrato il segretario generale dell’Onu António Guterres — per rientrare a Teheran. Eppure il giorno prima, a margine della stessa Assemblea generale, il suo ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva presentato la proposta più dettagliata da quando lo stretto di Hormuz è chiuso: un «piano concreto in sette giorni», trasmesso a Washington attraverso il Qatar, per riaprire il passaggio da cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio e del gas scambiati nel mondo.Il calendario è preciso. Passi iniziali nei primi quattro o cinque giorni; il sesto la riapertura dello stretto; il settimo l’avvio dei negoziati con gli Stati Uniti «per l’accordo finale sui temi concordati», cioè il nucleare. In cambio Teheran chiede la fine del blocco navale dei porti iraniani, una deroga alle sanzioni sul greggio, lo sblocco di circa 12 miliardi di dollari di fondi congelati e un cessate il fuoco regionale che includa Libano e Yemen. «Se da parte americana c’è serietà nel voler chiudere un accordo e riaprire lo stretto, tutto è pronto», ha detto Araghchi. «La scelta ora spetta agli Stati Uniti».La risposta è arrivata la sera stessa, e non attraverso i mediatori. Secondo il Wall Street Journal, che cita funzionari americani, Donald Trump ha respinto la proposta: si è detto «scettico» che Teheran rispetti le sue richieste, ha spiegato ai collaboratori di ritenere probabile una ripresa dei bombardamenti dopo le midterm — il voto di metà mandato per il Congresso, in novembre — e ha fatto sapere a iraniani e mediatori che il blocco navale resta. Poi, sulla sua piattaforma Truth Social, ha pubblicato la mappa dello stretto cerchiato in blu con la scritta «TRUMP STRAIT». Il 2 settembre aveva già chiesto ai suoi follower se, «ora che è sotto il controllo degli Usa», non fosse il caso di ribattezzarlo, salvo poi liquidare l’idea alla Casa Bianca come «una cosa buttata lì».Una mappa che rende ancora più stridente il contrasto con la tabella di marcia iraniana: da una parte date e cifre, dall’altra un rifiuto non ufficiale e un’immagine. La Casa Bianca infatti non ha confermato pubblicamente il no; un funzionario ha parlato alla CNN di discussioni «positive e costruttive» attraverso i mediatori, e l’inviato Steve Witkoff — che martedì 22 ha visto Araghchi insieme a Jared Kushner, genero del presidente — aveva definito il colloquio «lungo», augurandosi che fosse «costruttivo e promettente». La partita, in realtà, si gioca sul calendario: Araghchi ha detto che l’intesa «sarebbe molto meglio se fatta prima delle midterm», Trump ha rinviato tutto a dopo quel voto.La guerra da febbraioIl conflitto è cominciato a fine febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro l’Iran, in cui è stata uccisa la Guida suprema Ali Khamenei. Il 17 giugno a Islamabad Trump aveva firmato un memorandum d’intesa in 14 punti, dichiarato «finito» a luglio quando l’Iran ha aperto il fuoco su navi accusate di violare il suo sistema di autorizzazioni; da allora i raid americani sulle coste iraniane sono ripresi a intermittenza. Perché allora Teheran nega di aver chiuso lo stretto? Pezeshkian sostiene che gli Stati Uniti «hanno chiuso le rotte prima di noi» e che la serrata è «una risposta naturale»: «Non abbiamo bisogno di un poliziotto regionale». Sul nucleare, però, un alto funzionario iraniano ha detto a Reuters che non ci sarà flessibilità né sull’arricchimento né sul trasferimento all’estero dell’uranio altamente arricchito, anche se gli Usa accettassero il piano. Trump ha ripetuto che Teheran non avrà mai l’atomica.Il pacchetto regionale ha già uno scettico: l’Arabia Saudita, secondo l’Associated Press, non crede all’iniziativa iraniana, e proprio sabato la coalizione a guida saudita ha annunciato di aver intercettato droni e missili balistici degli houthi, anche sopra Riad. Pezeshkian ha invitato houthi e sauditi al dialogo — «un fratello non dovrebbe combattere un fratello» — negando che i ribelli yemeniti dipendano da Teheran; il portavoce dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, ha però ribadito che la fine dei combattimenti in Yemen è tra le condizioni.A fare da giudice, intanto, sono i numeri. Il Brent, il greggio di riferimento europeo, venerdì a metà giornata valeva circa 103 dollari al barile, in calo del 2,5% sul giorno prima. E i tracker delle petroliere, Kpler tra gli altri, contano meno di 5 passaggi al giorno nello stretto, contro le «30 navi a notte» rivendicate da Trump. «Tanto vale ribattezzarlo lo stretto di Schrödinger», ha scritto su X il vicepresidente per l’economia dell’American Petroleum Institute, l’associazione dei petrolieri americani.