Xi Jinping chiede a Trump di «opporsi» all’indipendenza di Taiwan: la Casa Bianca non risponde, Tokyo si allarma

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WASHINGTON — «Opporsi» o «non sostenere»? Sulla distanza fra questi due verbi si misura, due giorni dopo, quel che è uscito davvero dal vertice fra Donald Trump e Xi Jinping alla Casa Bianca. Nel colloquio di giovedì — circa due ore, prima visita di Stato del presidente cinese negli Stati Uniti da quasi dieci anni — Xi ha chiesto che Washington «aderisca alla posizione corretta di opporsi all’indipendenza di Taiwan» e gestisca il dossier «con prudenza», secondo il testo diffuso da Xinhua, l’agenzia di Stato cinese. La Casa Bianca non ha pubblicato alcun resoconto di quello scambio.Il vertice si è chiuso venerdì sera, con Xi ripartito dopo una visita agli Archivi nazionali, senza intese nuove: solo una proroga di due mesi della tregua commerciale in scadenza a novembre, annunciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent per avere «più tempo per vedere che cosa possiamo fare sul fronte economico». Dazi, terre rare e restrizioni tecnologiche restano sul tavolo del prossimo giro. Ma le parole hanno pesato più dei numeri: questa mattina la premier giapponese Sanae Takaichi sta cercando di organizzare una telefonata con Trump, riferisce il South China Morning Post, dopo che il presidente americano ha definito Cina e Stati Uniti «alleati» nella Seconda guerra mondiale — cioè contro il Giappone.Perché un verbo cambia tanto? Perché da decenni la formula americana è che Washington «non sostiene» l’indipendenza di Taipei: non la appoggia, ma non si impegna a combatterla. I funzionari Usa hanno sempre evitato di dichiarare un’opposizione esplicita, e un cambio di lessico — spiega Reuters — aprirebbe interrogativi sulla difesa dell’isola e scatenerebbe la resistenza del Congresso. Fonti del governo giapponese avevano chiesto a Washington, prima del vertice, di non toccare quelle parole. Trump, davanti ai giornalisti convocati per ammirare l’elicottero Marine One e il South Lawn ridisegnato con elipista e sigillo presidenziale, sui contenuti si è fermato a un «grande incontro» e a un elogio del «buon granito».E le armi a Taipei? Xi avrebbe chiesto lo stop alle nuove vendite e alle consegne in corso, come Reuters aveva rivelato quattro giorni prima citando fonti anonime. Un funzionario della Casa Bianca ha detto che Trump deciderà «in tempi abbastanza brevi» sul nuovo pacchetto; nel primo mandato ha autorizzato più vendite a Taiwan di qualunque predecessore, e nel primo anno del secondo più che Joe Biden in quattro. Il ministero degli Esteri cinese non ha risposto alla richiesta di commento. Da Taipei la portavoce del governo ha espresso «gratitudine» per il sostegno americano e assicurato «stretti contatti» con Washington; il ministro degli Esteri Lin Chia-lung aveva previsto già martedì che Xi avrebbe sollevato la questione.L’alleanza di guerraChe cosa voleva dire Trump con «alleati»? Alla cerimonia di benvenuto — con il sorvolo di un bombardiere B-2 e di quattro caccia F-22 — ha detto che la ricerca di interessi comuni «ci ha persino resi alleati nella Seconda guerra mondiale. Guardate la grandezza che abbiamo avuto insieme». Il riferimento è all’alleanza con la Cina nazionalista di Chiang Kai-shek e ai piloti americani delle Flying Tigers contro il Giappone imperiale. Xi ha rilanciato: i due popoli «hanno combattuto spalla a spalla contro l’aggressione fascista», e alla cena di Stato, nominando il Giappone come nemico comune, ha parlato di un’amicizia «forgiata nel sangue e nel fuoco» che «vivrà di generazione in generazione». Nel 2015 anche Barack Obama aveva evocato quella storia, ma raccontando i contadini cinesi che nascosero i piloti abbattuti: mai la parola «alleati». Il verbo su Taiwan era per Washington, l’alleanza di guerra era per Tokyo.A Tokyo la scossa arriva su un terreno già fragile. Dal novembre 2025, quando Takaichi disse alla Dieta — il parlamento giapponese — che un uso della forza cinese contro Taiwan potrebbe costituire una «situazione che minaccia la sopravvivenza» del Giappone, Pechino ha aperto una campagna di pressione; l’isola di Yonaguni, estremità occidentale dell’arcipelago, sta a 110 chilometri da Taiwan. Venerdì la premier ha detto che Giappone e Stati Uniti sono «alleati legati da vincoli molto forti», ma ha rifiutato di commentare il vertice; il capo di gabinetto Minoru Kihara ha promesso di «monitorare la situazione da vicino e con vivo interesse». Fonti di governo giapponesi temono che Pechino usi il vertice per rafforzare la propria narrazione contro il Giappone. Harry Aquilino, ex comandante americano nell’Indo-Pacifico, ha detto che la direzione delle conversazioni su Taiwan lo preoccupa «assolutamente».«Molto è stato, e sarà, realizzato», ha scritto Trump a Xi in partenza. Xi, dal canto suo, ha richiamato la trappola di Tucidide — la tesi per cui la rivalità fra potenza emergente e potenza affermata scivola verso la guerra — assicurando che il rischio «può essere superato». Sul tavolo, intanto, restano due mesi di tregua che Oxford Economics legge come un modo, per entrambi, di «guadagnare tempo»; una decisione sulle armi a Taipei attesa a breve; e una telefonata che, a mezzogiorno, Tokyo sta ancora cercando di ottenere.