AGI - I bambini ad alto rischio genetico di diabete di tipo 1 il cui microbioma intestinale subisce un arresto precoce dello sviluppo sono associati a un rischio tre volte superiore di contrarre la malattia o di attivare l'attacco immunitario che la precede, rispetto a quelli con una maturazione batterica standard.Il rapporto tra microbioma e diabete nei più piccoliLo rivela uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Metabolism, condotto dagli scienziati del Mass General Brigham, del Broad Institute presso il Massachusetts Institute of Technology e della Harvard T.H. Chan School of Public Health.Il team, guidato da Daniel Wang e Danyue Dong, ha analizzato longitudinalmente oltre 12mila campioni di feci prelevati da 887 bambini ad alto rischio genetico nei loro primi sei anni di vita, provenienti da Stati Uniti, Finlandia, Germania e Svezia. Nell'ambito del lavoro, sono stati identificati tre schemi di sviluppo del microbioma: a maturazione precoce, a maturazione tardiva e a plateau precoce.I risultati dello studioNei bambini con il pattern a 'plateau', riportano i ricercatori, la transizione dai batteri che digeriscono il latte a quelli capaci di scindere le fibre alimentari dei cibi solidi non è avvenuta correttamente, mantenendo una bassa diversità microbica e correlandosi a un rischio triplicato di autoimmunità.Allo stesso tempo, precisano gli esperti, il lavoro evidenzia come la genetica dell'ospite influenzi l'impatto della maturazione del microbioma sul rischio.Uno strumento per un quadro più accuratoComprendere il ruolo dello sviluppo del microbioma nella progressione del diabete potrebbe portare a strategie di diagnosi precoce e prevenzione.Combinando i dati del microbioma e le informazioni genetiche è possibile ottenere un quadro molto più accurato, dato che la genetica influenza la forza con cui determinati pattern batterici aumentano il rischio. Per il prossimo futuro, i ricercatori ipotizzano una realtà in cui l'analisi del microbioma possa essere integrata nei controlli pediatrici periodici dei primi anni di vita. Questo approccio, concludono gli autori, permetterebbe di introdurre terapie preventive mirate, come diete o integratori specifici, prima della manifestazione clinica del diabete, una volta che l'efficacia sia validata da futuri trial clinici.