Ethiopian Airlines sospende i voli per il Tigrè: la regione isolata dopo l’alleanza dei sette gruppi contro Abiy

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ADDIS ABEBA — Da questa mattina il Tigrè non ha più un aereo di linea. Ethiopian Airlines, la compagnia di bandiera di proprietà dello Stato, ha cancellato tutti i voli per la regione del nord dell’Etiopia: sospesi i collegamenti con Macallè, il capoluogo, con Axum e con Scirè. La motivazione, in un messaggio sui canali social della compagnia, sta in poche parole: «a causa della situazione attuale». Nessun dettaglio, nessuna data di ripresa.La tara pesa quanto la notizia. Nessun’altra compagnia serve il Tigrè, che da oggi si raggiunge solo con voli charter; e il governo federale, interpellato dall’Associated Press, non ha risposto alle richieste di commento. Lo stop arriva tre giorni dopo l’annuncio, domenica 20 settembre, di una coalizione di sette gruppi armati d’opposizione nata con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il primo ministro Abiy Ahmed. Quando una compagnia statale taglia l’unico collegamento aereo con una regione a settantadue ore da quell’annuncio, il messaggio a Macallè non ha bisogno di comunicati.I numeri della coalizione spiegano l’allarme. Si chiama Alleanza delle forze popolari etiopi per la sopravvivenza e riunisce il movimento Fano degli Amhara, l’Esercito di liberazione oromo, il Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf), i fronti dell’Ogaden e degli Afar e due formazioni delle regioni di Benishangul e Gumuz: gruppi radicati in metà dei 12 Stati regionali del Paese. Alla presidenza siede il capo dei Fano, Zemene Kasse. «Ci siamo appena alleati, i nostri obiettivi sono rimuovere il regime e favorire un governo di transizione», ha detto all’Afp il vicepresidente del Tplf, Amanuel Assefa. «Pensiamo che ce la faremo, ne parliamo tra noi da più di un anno». Il portavoce del Fronte tigrino ha precisato che la cooperazione sarà «politica e militare». Ma la dichiarazione fondativa non prevede un comando unificato né un calendario di operazioni: per ora è un patto, non ancora un’offensiva.Il patto di PretoriaPer capire bisogna tornare indietro. La guerra del Tigrè, scoppiata nel novembre 2020 tra il governo federale e il Tplf, ha lasciato sul terreno centinaia di migliaia di morti e si è chiusa con l’accordo firmato a Pretoria il 2 novembre 2022. Perché allora il Tigrè torna al centro, a quasi quattro anni da quella firma? Perché l’intesa ha lasciato aperti i due nodi più duri, il disarmo dei combattenti tigrini e lo status legale del Fronte, e su quei nodi il Paese è inciampato di nuovo.Il 1° agosto scorso i combattimenti sono ripresi nel Tigrè occidentale, attorno a Sheraro, verso il confine con il Sudan. Il governo regionale di Macallè ha accusato le forze federali di aver attaccato all’alba; il ministro Abraham Belay — già a capo dell’amministrazione transitoria del Tigrè — ha confermato gli scontri ma li ha attribuiti alle forze del presidente del Tplf, Debretsion Gebremichael: «Basta guerra! Risolviamo le nostre divergenze con il dialogo», ha scritto su Facebook. Per Kjetil Tronvoll, esperto di Etiopia all’Oslo New University College, è stato «l’incidente più grave» dal 2022, il segno che Pretoria non aveva toccato «le ragioni di fondo del conflitto tra Macallè e Addis». Già a luglio il Tplf aveva dichiarato l’accordo «di fatto morto», tanto che l’ambasciatore americano Ervin Massinga era volato a Macallè per tentare di salvarlo; a giugno Washington aveva imposto restrizioni di visto agli «intransigenti» del Fronte, che avevano replicato parlando di un quadro «incompleto e squilibrato».Intanto Abiy, al potere dal 2018 e premio Nobel per la pace nel 2019 per l’intesa con l’Eritrea, governa con il mandato di elezioni, quelle di giugno, boicottate dalle principali opposizioni. I rapporti con Asmara, alleata nella guerra del 2020, si sono deteriorati anche per la rivendicazione etiope di un accesso sovrano al porto eritreo di Assab. Il Council on Foreign Relations registra scontri tra il Tplf e l’amministrazione ad interim nominata dal governo, migliaia di sfollati, insurrezioni in Amhara e Oromia e truppe eritree ammassate al confine; il portavoce dell’Onu Stéphane Dujarric si è detto «profondamente preoccupato».Gli aerei fermi non risolvono nulla di tutto questo. Non dicono chi governa oggi il Tigrè, non sciolgono la questione del disarmo, non riaprono un negoziato che entrambe le parti considerano esaurito. «Senza un intervento internazionale forte potremmo andare verso una guerra molto più grande», ha avvertito l’analista Faisal Roble. E quando i voli riprenderanno, per ora, non lo dice nessuno.