Deficit, la partita si sposta sulle pensioni

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Il problema non è quel decimale che separa il deficit dal 3%, ma tutto ciò che quel decimale si porta dietro. L’Italia non può infatti anticipare l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo e dovrà aspettare il 2027, come ha spiegato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto Deficit-Pil 2025. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027».La conseguenza è che la prossima legge di Bilancio parte con un vincolo in più proprio mentre nella maggioranza cresce la pressione per finanziare nuove misure. E qui il confronto diventa meno contabile e molto più politico.Salvini: non basta lo zero virgolaMatteo Salvini ha messo subito sul tavolo la sua linea. «Dobbiamo affrontare una legge di Bilancio che punta sugli investimenti, sullo sviluppo, sul futuro, sulla riforma delle pensioni, sull’aumento degli stipendi, quindi a me dello zero virgola in più o in meno interessa zero», ha dichiarato.Il vicepremier ha poi quantificato una delle esigenze del suo ministero: «Solo come ministero a me servono 8 miliardi cash a fine anno per pagare i lavori già fatti». Da qui la richiesta di un cambio di impostazione: «Per cui in manovra è evidente che serve uno scostamento di bilancio da miliardi».E ha insistito: «Noi abbiamo bisogno di una legge di Bilancio, con due guerre in corso, forte, coraggiosa, non dello zero virgola. Avrei detto la stessa cosa se invece del tre virgola uno ci fosse stato il due virgola nove. Siamo la seconda potenza industriale d’Europa, non possiamo rimanere bloccati agli umori di qualche burocrate europeo, quindi questo porterò. Il tema della riforma delle pensioni e dell’aumento degli stipendi per i giovani sono due temi centrali». È qui che il dato Istat si trasforma in un problema politico: quanto spazio c’è per allargare il deficit quando il governo deve contemporaneamente rispettare il percorso di rientro e finanziare le proprie priorità?Marattin e il «retropensiero»Luigi Marattin ha offerto una lettura molto più polemica del 3,1%. «L’hanno fatto apposta, se avevano lo zero virgola spendevano per la Difesa ed è complicato nella maggioranza». Poi ha articolato il suo ragionamento: «Non hanno combattuto più di tanto perchè scendere sotto soglia significava poter spendere sulla Difesa, senza procedura, ed era difficile da spiegare a Salvini ma anche fuori di qui. Magicamente ora è più difficile. Il mio è un retropensiero, ma io sono una persona cattiva».La precisazione è importante: lo stesso Marattin definisce la sua ricostruzione un retropensiero. Non è quindi una spiegazione dei numeri certificati dall’Istat, ma un’interpretazione politica delle conseguenze del mancato raggiungimento della soglia. E quelle conseguenze esistono. Restare sopra il 3% significa mantenere il vincolo della procedura proprio mentre il governo deve decidere quanto spazio destinare alla difesa, agli investimenti e alle pensioni.E adesso arriva la RagioneriaMa c’è un altro elemento che rende la partita ancora più delicata. Proprio mentre Salvini mette la riforma delle pensioni tra le priorità della manovra, la Ragioneria generale dello Stato pubblica una fotografia di medio-lungo periodo che sembra fatta apposta per ricordare quanto poco sia gratuito intervenire sul sistema.Secondo il rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario, la spesa per pensioni in rapporto al Pil continuerà a crescere fino a raggiungere il 17,1% nel 2041, livello sul quale resterà per il successivo triennio. Soltanto dal 2045 inizierà la discesa, fino al 16,2% nel 2050 e al 14% nel 2070.La Ragioneria spiega che la crescita fino al 2041 è dovuta soprattutto all’aumento del numero delle pensioni rispetto agli occupati, provocato dalla transizione demografica e dall’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom. L’effetto viene solo parzialmente compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi e dalla progressiva applicazione del sistema contributivo.Il rapporto sottolinea inoltre che la successiva riduzione della spesa pensionistica sul Pil sarà determinata dalla generalizzazione del calcolo contributivo, insieme alla stabilizzazione e poi all’inversione del rapporto fra pensionati e occupati. A incidere saranno anche «la progressiva uscita delle generazioni del baby boom» e «l’adeguamento automatico dei requisiti minimi di pensionamento in funzione della speranza di vita».Il conto dell’invecchiamentoLa fotografia diventa ancora più impegnativa se si allarga lo sguardo dalla previdenza all’intera spesa legata all’invecchiamento. Pensioni, sanità e long term care passeranno dal 22,1% del Pil del 2023 al 23,2% nel 2030. Il rapporto continuerà poi a salire fino al massimo del 25,5% nel 2044, prima di scendere progressivamente al 23% nel 2070.È un’altra faccia della stessa questione. La politica può decidere di aumentare la spesa pensionistica o di modificare i requisiti, ma la Ragioneria quantifica il costo di lungo periodo delle decisioni. Ed è proprio qui che si manifesta quella che, politicamente, può essere letta come una crescente tensione fra la linea del governo e una parte dell’apparato tecnico dello Stato.Dire che la Ragioneria «si vendica» di Giorgetti sarebbe però un’interpretazione. Più precisamente, il rapporto mette nero su bianco vincoli demografici e finanziari che entrano in collisione con le richieste di maggiore spesa. E lo fa mentre il governo, attraverso Salvini, rivendica esattamente la necessità di avere più risorse per pensioni, investimenti e stipendi.Lo Stato che presenta il conto al governoÈ questo forse il dato politico più interessante della giornata. Un governo democraticamente eletto può fissare le proprie priorità, ma dentro lo Stato esistono strutture tecniche che hanno il compito di verificare sostenibilità, coperture e conseguenze finanziarie delle scelte. Il confronto può diventare aspro. Da una parte c’è la politica che chiede di usare gli spazi disponibili per finanziare le proprie promesse; dall’altra ci sono gli organismi tecnici che ricordano che quegli spazi sono limitati e che alcune decisioni producono effetti per decenni.La vicenda del 3,1% di deficit rende evidente questa tensione. Salvini dice che «dello zero virgola in più o in meno interessa zero»; la Ragioneria, con le sue proiezioni, mostra invece quanto possa pesare nel tempo ogni scelta sulla spesa pensionistica e sociale. Non è necessariamente uno scontro fra «buoni» e «cattivi». È però uno scontro fra la dimensione politica del consenso e quella tecnica della sostenibilità finanziaria, e sarebbe ingenuo ignorare che le due esigenze possono entrare in conflitto.Il Pnrr come valvola, ma non come bancomatIn questo quadro assume un peso particolare anche la questione dei fondi Pnrr non spesi. Bruxelles ha riconosciuto che esiste un certo margine nella gestione della liquidità del Piano, perché il meccanismo dei pagamenti legati al raggiungimento dei risultati non coincide necessariamente, nel tempo, con il flusso dei costi sostenuti dagli Stati.Ma proprio per questo è necessario distinguere tra liquidità, rimodulazione e nuova spesa. Le risorse del Pnrr non possono essere semplicemente trasformate in un salvadanaio per finanziare qualsiasi misura corrente. Il margine può essere sfruttato per migliorare la gestione finanziaria e rimodulare interventi compatibili con gli obiettivi del Piano, ma non cancella i vincoli europei né quelli della finanza pubblica.È probabilmente su questo terreno che si giocherà una parte della partita della manovra: prima di chiedere nuovo deficit, cercare tutto ciò che è già finanziabile, dai risparmi alle rimodulazioni, fino alla liquidità disponibile nell’ambito del Pnrr.Perché il 3,1% non impedisce al governo di fare politica economica. Gli ricorda semplicemente che, dopo anni di debito elevato e con una spesa legata all’invecchiamento destinata ancora a crescere, ogni scelta deve trovare una copertura. E la Ragioneria, piaccia o no alla politica, è lì anche per ricordarglielo.Emrico Foscarini, 22 settembre 2026L'articolo Deficit, la partita si sposta sulle pensioni proviene da Nicolaporro.it.