Trump respinge il piano iraniano per riaprire lo stretto di Hormuz in 7 giorni: «Respingo la loro proposta»

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NEW YORK — Il piano è durato meno di due giorni. Consegnato venerdì agli Stati Uniti attraverso il Qatar, a margine dell’81ª Assemblea generale dell’Onu, prometteva di riaprire lo Stretto di Hormuz in 7 giorni; sabato Donald Trump lo ha respinto con tre parole ai cronisti, sul prato della Casa Bianca, prima di salire sull’elicottero per Knoxville, in Tennessee: «Respingo la loro proposta». Al tavolo, indiretto, sedevano il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’inviato di Trump Steve Witkoff, con i mediatori qatarini a fare la spola per ore. La posta: il quarto del petrolio mondiale che passa da quello stretto, di fatto chiuso dal 2 marzo, nella guerra aperta il 28 febbraio dagli attacchi americani e israeliani all’Iran.Domenica Teheran ha risposto senza chiudere la porta. «Abbiamo sentito la prima reazione del presidente americano, ma i mediatori non ci hanno comunicato nulla. Aspettiamo che la posizione finale ci sia trasmessa e decideremo in base a quella», ha detto Araghchi all’agenzia di Stato Irna. All’emittente qatarina Al Jazeera è stato più netto: «Le nostre condizioni sono chiare, e qualsiasi passo verso la riapertura dello Stretto dipende dal fatto che siano soddisfatte. Non faremo marcia indietro».Le condizioni sono quattro, più una. Fine del blocco navale americano dei porti iraniani, in vigore dal 13 aprile; sospensione delle sanzioni sul petrolio; sblocco di circa 12 miliardi di dollari di beni congelati; cessate il fuoco regionale esteso a Libano e Yemen. In parallelo, la ripresa dei negoziati sul nucleare. «L’Iran non accetta coercizione, minacce o intimidazioni», aveva detto Araghchi presentando un testo che ricalca il memorandum d’intesa del 17 giugno, mai tradotto in una riapertura.La replica di Washington è arrivata in due tempi. «Vogliono un accordo in cui aprono subito lo stretto perché stanno perdendo malamente», ha detto Trump, che poche ore prima aveva pubblicato su Truth Social un’immagine dello stretto con la scritta «Trump Strait». Il segretario di Stato Marco Rubio: «Se ci sarà un accordo con l’Iran, richiederà molto lavoro duro per un lungo periodo». Un funzionario dell’amministrazione ha riassunto così la linea: «Siamo in una posizione molto forte con il controllo dello Stretto, quindi non abbiamo fretta».La voce di PezeshkianMa chi ha chiuso lo stretto? Per il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha lasciato New York dopo aver replicato in Assemblea alla minaccia di Trump di «annientare» la Repubblica islamica, sono stati gli Stati Uniti a «chiudere le rotte davanti a noi»: la chiusura è «una risposta naturale quando ti tagliano le vie». «Non abbiamo alcuna fiducia nella parte americana», ha aggiunto, offrendo però la riapertura al traffico commerciale e il rientro degli ispettori nucleari dell’Onu se i colloqui chiudessero la guerra. La cronologia ricostruita dal centro studi Csis di Washington: il 17 aprile Teheran dichiarò lo stretto riaperto, il giorno dopo i Guardiani della rivoluzione smentirono, il 19 la marina americana sequestrò un mercantile iraniano.Il costo sta nei numeri della Banca Mondiale: a marzo la produzione petrolifera mondiale è crollata di 10,1 milioni di barili al giorno, la maggiore interruzione nella storia del mercato. Né il cessate il fuoco dell’8 aprile né i colloqui di Salalah, in Oman, hanno riaperto nulla. Eppure alla proposta iraniana i mercati avevano creduto per un giorno: venerdì il greggio texano Wti è sceso sotto i 92 dollari dai 94,61 di giovedì, il Brent da 100,22 a circa 97.Il calcolo dietro il no lo racconta il Wall Street Journal, citando funzionari americani: Trump sarebbe «privatamente scettico» sulla possibilità che Teheran soddisfi le sue richieste e avrebbe detto ai collaboratori di ritenere probabile una nuova campagna di bombardamenti dopo le elezioni di metà mandato di novembre — gli stessi funzionari aggiungono che la linea può cambiare nelle prossime settimane. La Casa Bianca, interpellata, non ha risposto. In settimana il Senato ha respinto la risoluzione che avrebbe fermato l’azione militare in Iran, e del prezzo della benzina, tema delle midterm, Trump ha detto che è «un prezzo poco caro da pagare». Il calendario che conta, a Washington, non è quello dei 7 giorni di Teheran: è quello delle urne di novembre.