La Corte suprema Usa sblocca la banca dati di Trump: 67 milioni di elettori controllati prima del voto

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WASHINGTON — Ketanji Brown Jackson, 56 anni, giudice della Corte suprema dal 2022, giovedì parlava agli studenti di legge della University of the District of Columbia. Il ruolo d’urgenza della Corte — le decisioni prese senza udienza né memorie complete — non può diventare, ha detto, «una corsia speciale che alcuni litiganti privilegiati usano in modo selettivo»; e «certi frequentatori abituali hanno la Corte a portata di telefono», riporta USA Today. Meno di ventiquattr’ore dopo, venerdì mattina (a metà giornata in Italia), i suoi colleghi hanno accolto una delle 40 istanze d’urgenza presentate dall’amministrazione Trump dall’inizio del secondo mandato.Con 6 voti contro 3, lungo la linea che separa i giudici di nomina repubblicana da quelli di nomina democratica, la Corte ha sospeso il blocco che da giugno impediva al governo di mettere a disposizione degli Stati una banca dati federale per verificare la cittadinanza degli iscritti alle liste elettorali. Il programma si chiama SAVE (Systematic Alien Verification for Entitlements) ed è gestito dal Dipartimento della Sicurezza interna: da oggi, in attesa della decisione di merito, gli Stati possono usarlo per passare al setaccio i loro elettori prima del voto di novembre. Jackson ha firmato il dissenso con Elena Kagan e Sonia Sotomayor.SAVE ha quarant’anni ed era nato per controllare lo status degli immigrati che chiedono sussidi. Il dipartimento lo ha collegato per la prima volta agli archivi della previdenza sociale e ha invitato gli Stati a caricare intere liste elettorali, in applicazione dell’ordine esecutivo firmato da Donald Trump a marzo. Il 22 giugno la giudice federale Sparkle Sooknanan, nominata da Joe Biden, aveva bloccato tutto: il governo, scrisse, aveva «consapevolmente calpestato i diritti alla privacy dei cittadini americani» minacciando «il sacro diritto di voto». La corte d’appello federale di Washington le aveva dato ragione.I numeri di AustinAlmeno 67 milioni di registrazioni sono già passate dal sistema, riferisce Associated Press; il tasso di errore il governo non lo ha mai reso pubblico. Un campione però esiste. Nella contea di Travis — quella di Austin, capitale del Texas — su 97 elettori segnalati come possibili non cittadini almeno il 10%, e forse il 21%, erano americani. La contea aveva chiesto alla Corte di respingere il ricorso; lo Stato del Texas aveva depositato una memoria a favore del governo. Il voto dei non cittadini è illegale ed è rarissimo.Perché la maggioranza ha dato ragione al governo? L’ordinanza, non firmata, poggia su una legge del 1996 che autorizza il dipartimento a ottenere dati sulla cittadinanza dalle altre agenzie federali: il tribunale, scrivono i sei, «impedisce al governo federale di usare il programma che ritiene più adatto al compito». E la legge federale sulla registrazione degli elettori, ricordano, vieta le cancellazioni sistematiche nelle settimane prima del voto, il che «limita l’impatto potenziale». È la tesi del Solicitor General John Sauer, l’avvocato dell’amministrazione davanti alla Corte, che aveva definito «indifendibile» la sentenza di giugno: il blocco «minaccia l’integrità delle prossime elezioni».Jackson ha risposto riga per riga. «Il danno di ostacolare o privare del voto anche pochi elettori legittimi», ha scritto, «supera il danno inesistente che il governo subisce quando gli si impedisce un’azione che probabilmente non ha l’autorità di compiere». Sul metodo: «senza memorie complete né udienza» la Corte decide su due norme «che non ha mai interpretato prima», con un’analisi «fatta sul retro di un tovagliolo». Più che sul voto di novembre, la partita si gioca sul precedente: l’esecutivo ottiene dalla Corte, in via d’urgenza, ciò che due gradi di giudizio gli avevano negato.La Casa Bianca non ha risposto a una richiesta di commento. Il dipartimento, che anche a blocco vigente ha continuato a usare i dati della previdenza sociale «in certi casi», difende come condotta «con diligenza e professionalità» l’indagine avviata ad agosto sui non cittadini nelle liste, che un whistleblower federale ha contestato come affrettata e piena di errori. I ricorrenti — la League of Women Voters e l’Electronic Privacy Information Center — parlano di decisione «profondamente deludente» e di una banca dati «inaffidabile»: «Questa causa non è finita».David Becker, giurista elettorale alla guida del Center for Election Innovation and Research, prevede un impatto immediato contenuto: epurazioni vietate nei 90 giorni prima del voto, adesione volontaria, dati che lo stesso dipartimento ammette imperfetti. Nel dissenso Jackson lascia però un numero senza risposta: 65 milioni di elettori verificati, e un tasso di errore che il governo non ha mai voluto pubblicare.