NIAMEY — Cinquantasette morti in un solo giorno, tra soldati e gendarmi, e un numero imprecisato di dispersi di cui l’esercito non ha più notizie. Il ministero della Difesa del Niger ha diffuso nella notte tra giovedì e venerdì (poco dopo mezzanotte in Italia) il bilancio ufficiale dei due attacchi che mercoledì 23 settembre hanno colpito le forze di sicurezza nell’ovest del Paese, entrambi rivendicati dalla branca saheliana dello Stato islamico. Non sono i primi: dall’inizio dell’anno il gruppo e i suoi rivali di al Qaida hanno colpito basi, guarnigioni e per due volte l’aeroporto della capitale, e ad agosto una parte dell’esercito si è rivoltata contro i propri comandanti proprio per il peso delle perdite.Il colpo più duro è arrivato a Dabagu, base militare della regione di Tahoua, a circa 450 chilometri da Niamey e non lontano dal confine con il Mali. Qui, secondo il ministero, sono stati uccisi 38 soldati. Diversi altri risultano dispersi, e il conto potrebbe salire. Lo stesso giorno, ad Abala-Filingué, circa 250 chilometri a nord-est della capitale, un secondo assalto ha ucciso 19 gendarmi, la polizia militare che in Niger presidia strade e villaggi come i nostri carabinieri. Il totale, riferisce l’agenzia tedesca dpa, è di almeno 57 membri delle forze di sicurezza morti. Fino a giovedì la giunta aveva taciuto: le prime stime, arrivate dalla stampa francese, parlavano di «una cinquantina» di militari.A rivendicare è la Provincia del Sahel dello Stato islamico, attiva nel nord del Burkina Faso, nell’ovest del Niger e nella fascia di confine con il Mali. Il gruppo è in guerra aperta con il Jnim, il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani legato ad al Qaida, per il controllo dei territori e delle rotte: una concorrenza che si misura in attacchi. Il Jnim, dominante in Mali e Burkina Faso, all’inizio del 2026 ha bloccato i rifornimenti di carburante a Bamako e in aprile ha lanciato offensive coordinate in tutto il Mali insieme ai ribelli tuareg.Le caserme in rivoltaLa sequenza nigerina è fitta. A gennaio un’affiliata dell’Isis ha colpito l’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey; il 18 giugno è stato il Jnim a tornarci. Ad agosto un attacco dello Stato islamico ha ucciso 18 soldati. Poi, il 29 agosto, l’esplosione interna: alla Base 101, l’installazione militare dell’aeroporto della capitale, centinaia di militari — la cifra è del media di Stato nigerino, Reuters non ha potuto verificarla — si sono ammutinati, hanno preso ostaggi tra i colleghi e portato i combattimenti fino ai dintorni del palazzo presidenziale e alla tv di Stato, tolta dall’antenna per ore. La Guardia presidenziale è rimasta fedele al generale Abdourahamane Tiani, al potere dal golpe del luglio 2023. A domare la rivolta ha contribuito l’Africa Corps russo, la forza del ministero della Difesa di Mosca che ha preso il posto di Wagner: l’ambasciatore russo a Niamey ha detto che le autorità nigerine avevano chiesto assistenza, e secondo Associated Press i 200-300 uomini di stanza alla Base 101 hanno fornito appoggio terrestre e aereo.Da dove venivano gli ammutinati? Da Ouallam, Téra e Dosso, le guarnigioni del sud-ovest che avevano subito le perdite più pesanti. È la stessa geografia degli attacchi di mercoledì. Il fronte più fragile della giunta, oggi, non corre lungo il confine con il Mali: corre dentro le caserme.Tiani e gli ufficiali che nel 2023 rovesciarono il governo eletto lo accusarono di non saper contenere i gruppi armati e promisero di ristabilire la sicurezza. Da allora la giunta ha espulso le truppe francesi, ha visto ritirarsi quelle americane e con Mali e Burkina Faso ha fondato l’Alleanza degli Stati del Sahel, di cui Tiani è presidente, voltando le spalle all’Ecowas, la comunità economica dell’Africa occidentale.Il ministero della Difesa non ha commentato la rivendicazione dello Stato islamico né annunciato contromisure. Da Parigi, Washington, dall’Ecowas e dall’Onu non è arrivata alcuna reazione. A Dabagu, intanto, si cercano ancora i dispersi: ad agosto le guarnigioni che avevano pagato il prezzo più alto sono state quelle da cui è partita la rivolta, e la base di Tahoua si è appena aggiunta alla lista.