WASHINGTON — Il testo dell’accordo è stato declassificato, ma due lettere allegate restano segrete. E da oggi i parlamentari americani hanno sul tavolo un altro fascicolo con lo stesso timbro: la valutazione della comunità d’intelligence degli Stati Uniti secondo cui l’Arabia Saudita non ha escluso l’opzione di dotarsi di armi nucleari. Lo ha rivelato nel pomeriggio (le 19 in Italia) il Washington Post, citando i documenti classificati consegnati al Congresso.Il giudizio delle agenzie arriva mentre Capitol Hill esamina l’intesa di cooperazione nucleare civile firmata a luglio dall’amministrazione di Donald Trump con Riyadh: trent’anni di durata e, in deroga a decenni di prassi americana, il via libera a un impianto per arricchire uranio su suolo saudita fino a poco meno del 20%. Per alcuni parlamentari, scrive il quotidiano, la valutazione ha accresciuto le preoccupazioni su un accordo che aiuta a costruire centrali un regno che non ha chiuso la porta alla bomba.L’intesa — un «accordo 123», dal numero della sezione della legge americana sull’energia atomica che la regola — porta la firma del segretario all’Energia Chris Wright, il 20 luglio, e del ministro saudita dell’Energia Abdulaziz bin Salman, due giorni dopo; il 24 agosto la Casa Bianca l’ha trasmessa al Congresso. Wright assicura che i termini «rispettano i più alti standard di sicurezza nucleare e nonproliferazione»: l’impianto lo costruirebbero gli americani senza cedere tecnologia sensibile, e solo dopo che un gruppo congiunto avrà giudicato l’arricchimento giustificato e sostenibile. Il confronto, però, è con gli Emirati: nel 2009 Abu Dhabi, per avere il nucleare americano, rinunciò del tutto ad arricchire. Riyadh no.Due fascicoli, dunque, sullo stesso Paese: uno lo impegna all’atomo pacifico, l’altro registra che l’opzione militare non è stata archiviata. Lo stesso documento ufficiale dell’amministrazione riconosce le «dichiarazioni pubbliche preoccupanti» del principe ereditario Mohammed bin Salman, prima di rilevare che il regno «ha ripetutamente riaffermato il proprio impegno per gli usi pacifici dell’energia nucleare» e per il Trattato di non proliferazione, cui aderisce dal 1988. Le dichiarazioni sono note. Nel marzo 2018, alla Cbs, il principe disse: «Senza dubbio, se l’Iran sviluppasse una bomba nucleare, faremo lo stesso il prima possibile». Nel 2019 il suo ministro dell’Energia aggiunse di volere «il ciclo completo, dalla produzione di uranio all’arricchimento».Il conto dei votiPuò il Congresso fermare tutto? In teoria sì: senza un suo intervento l’accordo entra in vigore da solo dopo 90 giorni di sessione, e non serve la maggioranza dei due terzi del Senato richiesta per i trattati. Il 17 settembre un gruppo di deputati democratici guidati da Gregory Meeks, capofila dell’opposizione nella commissione Esteri della Camera, ha depositato una risoluzione di bocciatura: l’intesa «si discosta pericolosamente da decenni di standard di nonproliferazione e presenta rischi considerevoli». Al Senato Ed Markey, co-presidente del gruppo bicamerale sulle armi nucleari, chiede di respingerla. I democratici possono forzare il voto e la risoluzione potrebbe passare; difficilmente, però, raccoglierebbe i due terzi necessari a superare il veto di Trump. La partita, a questo punto, non si gioca sull’uranio ma sui numeri: il rapporto dell’intelligence non cambia una riga dell’accordo, cambia il costo politico di votargli a favore.L’amministrazione tiene il punto. Un funzionario ha confermato a The Hill che resta la condizione fissata da Trump il 23 luglio — l’accordo va avanti solo se Riyadh entra negli Accordi di Abramo, le normalizzazioni con Israele — anche se nel testo legale quella clausola non compare. La posizione ufficiale saudita è che il programma ha fini esclusivamente pacifici; alla valutazione dell’intelligence, in serata, Riyadh non aveva risposto.Il quadro che le agenzie hanno davanti è quello di una regione sotto tiro: ricercatori attribuiscono a Iran e gruppi filo-iraniani oltre 1.200 attacchi con missili e razzi contro infrastrutture energetiche e sedi governative saudite tra febbraio e maggio 2026, e il regno dispone di missili balistici cinesi tecnicamente capaci di portare una testata nucleare. Eric Brewer, della Nuclear Threat Initiative, già al Consiglio di sicurezza nazionale, propone al Congresso di vietare l’impianto finché Riyadh non accetta più trasparenza. A partire da un dato che fa da giudice: l’Arabia Saudita ammette gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nei siti che dichiara, ma non ha mai sottoscritto il Protocollo aggiuntivo, quello che permette i controlli anche dove non è stata invitata.