ADDIS ABEBA — Tre aeroporti presi in una mattina. Mercoledì i dipendenti dello scalo di Macallè, capoluogo del Tigrè, sono stati avvisati di tornare a casa: le forze tigrine avevano occupato la pista, insieme a quelle di Axum e Scirè, e la compagnia di bandiera Ethiopian Airlines ha sospeso i voli. Giovedì il vicepresidente del Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf), Amanuel Assefa, ha dato un nome a quel che sta accadendo: «Siamo ormai in guerra totale», ha detto all’agenzia francese AFP, confermando che i tigrini combattono con gruppi armati locali nelle vicine regioni dell’Afar e dell’Amhara.È la fine, nei fatti, dell’accordo di pace firmato a Pretoria, in Sudafrica, nel novembre 2022, che aveva chiuso due anni di guerra tra il governo federale e la regione più settentrionale dell’Etiopia. Giovedì l’artiglieria pesante ha battuto Yallo, città dell’Afar a ridosso del confine tigrino; Abala, sulla stessa linea, è caduta mercoledì; si combatte attorno a Weldiya, nell’Amhara. Perché Weldiya conta? Perché è una delle poche strade che dal nord portano ad Addis Abeba. Le due parti si accusano a vicenda di aver sparato per prime.Gli aeroporti dicono la misura dell’offensiva. E stavolta i tigrini non sono soli. Domenica il Tplf ha annunciato un’alleanza con altri sei gruppi armati e politici — tra cui Fano, la milizia nazionalista amhara alleata del governo nella guerra precedente e in rivolta dal 2023, e l’Esercito di liberazione oromo — con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il premier Abiy Ahmed e insediare un’amministrazione di transizione. La partita, stavolta, non si gioca per il Tigrè ma per la capitale.Il governo accusa il Tplf di aver violato Pretoria. Getachew Reda, ex presidente ad interim del Tigrè e oggi consigliere di Abiy, ha scritto su X che la leadership del Fronte «ha palesemente portato l’irresponsabilità a nuovi livelli»; i portavoce del premier e del governo federale non hanno però risposto alle richieste di commento, riferisce Reuters. Il governo regionale del Tigrè racconta l’inverso: il suo esercito «ha ricevuto l’ordine di rispondere all’attacco e all’invasione genocidaria lanciata contro di noi» dal «regime Prosperity» — il partito di Abiy, rieletto a giugno in elezioni boicottate dalle principali opposizioni — ed è «entrato in una battaglia difensiva». Addis Abeba non ha commentato i raid con droni segnalati in Tigrè; domenica uno ha distrutto un camion di aiuti alimentari di Catholic Relief Services, secondo la diocesi cattolica di Adigrat.L’ombra dell’EritreaIl governo indica Asmara. Lunedì la portavoce di Abiy, Billene Seyoum, ha detto che i membri dell’alleanza lavorano da tempo «con il sostegno finanziario» dell’Eritrea, il vicino che nel 2020-22 combatteva con Addis Abeba contro il Tigrè e che oggi si dice allarmato dalle rivendicazioni di Abiy su un accesso sovrano al Mar Rosso. L’Eritrea nega, e lo ha fatto più volte. Assefa non è andato oltre una riga: «Non abbiamo informazioni sui piani dell’Eritrea»; un intervento eritreo? «Non ancora». Per Kjetil Tronvoll, esperto della regione alla Oslo New University College, «stavolta Fano è un alleato e l’Eritrea un sostenitore; le linee di rifornimento sono assicurate attraverso l’Eritrea». Alan Boswell, dell’International Crisis Group, avverte: «Se questa guerra si allarga c’è un grosso rischio di conflitto tra Etiopia ed Eritrea».Da fuori arrivano appelli. Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf, chiede «immediata de-escalation» e la ripresa dei colloqui; lo stesso fa l’Unione europea, che condanna sia la presa degli aeroporti sia i droni dell’esercito etiope. L’ambasciatore Usa ad Addis Abeba, Ervin Massinga, ha parlato della «pessima decisione del Tplf»: «Questa battaglia che non si può vincere non fa nulla per la gente. Gli altri gruppi armati farebbero bene a starne fuori». Assefa ha definito la dichiarazione «ingiusta». Intanto all’Onu, a New York, il presidente etiope Taye Atske-Selassie ha rivendicato l’«immensa moderazione» del Paese di fronte a «interferenze straniere».La guerra precedente ha lasciato, secondo i ricercatori dell’Università di Ghent, circa 500.000 morti civili tra violenze, carestia e collasso sanitario (600.000 per l’Unione africana) e oltre un milione di sfollati ancora nei campi. «Il loro obiettivo dichiarato è prendere Addis», dice Tronvoll, «ma le manovre tattiche per arrivarci non sono ancora note».