NEW YORK — «L’ho detto: non mandiamo fuori il diesel. Ne produciamo tanto». Donald Trump lo ha ripetuto martedì ai cronisti, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, e mercoledì la frase è diventata un piano: la Casa Bianca prepara un divieto di 90 giorni alle esportazioni americane di gasolio, riferiscono Bloomberg e Cnbc riprendendo un’indiscrezione di Politico. Il presidente sarebbe orientato a firmare entro il fine settimana; la base giuridica del provvedimento non è ancora definita.Il peso della notizia sta dall’altra parte dell’Atlantico. Gli Stati Uniti forniscono oltre metà del gasolio importato dall’Europa, dove il carburante è già a un massimo di 2,39 euro al litro e la Francia conta le stazioni rimaste senza. A Wall Street la reazione è stata immediata: mercoledì hanno chiuso in calo i titoli dei grandi raffinatori Valero, Marathon Petroleum e Phillips 66.Dentro l’amministrazione la linea non è unanime. Il segretario all’Energia Chris Wright — ex amministratore delegato di Liberty Energy, società di servizi ai giacimenti — ha detto mercoledì al Wall Street Journal che sul tavolo ci sono restrizioni, non un divieto secco: «Cerchiamo di evitare il martello grezzo di una politica di governo, tenendo conto della complessità della raffinazione». La settimana scorsa era stato più esplicito: un blocco porterebbe «subito benzina più cara», perché le raffinerie, riempiti i serbatoi di gasolio invendibile, taglierebbero la produzione di tutti i prodotti, benzina compresa.Contro il divieto si è schierata anche l’industria. «La risposta è più offerta e più flessibilità, non nuove restrizioni che rischiano di peggiorare una situazione già difficile», ha scritto martedì Mike Sommers, presidente dell’American Petroleum Institute, la Confindustria del petrolio americano. Il settore teme una ritorsione europea sulla benzina, di cui il Nord-Est degli Stati Uniti è importatore. Ma dal Congresso spinge in direzione opposta un gruppo crescente di parlamentari repubblicani: il diesel alla pompa americana ha toccato il 22 settembre il record di 6,53 dollari al gallone, e a novembre si vota per il midterm. La partita, per la Casa Bianca, si gioca lì — il prezzo nelle stazioni americane a novembre — e il conto viene spedito in Europa.La Francia a seccoIl Paese che guarda con più apprensione a Washington è la Francia. Al 20 settembre circa il 15% delle 9.900 stazioni di servizio francesi era senza almeno un carburante, secondo i dati ufficiali; una settimana prima la quota era sotto il 10%. Le mappe raccontano un Paese diseguale: 16% di pompe in difficoltà nel Grand Est, 14% in Occitania, 7% nell’Île-de-France. Il gasolio ha sfiorato i 2,40 euro al litro nel fine settimana, la benzina è a 2,15. Il presidente Emmanuel Macron ha convocato una riunione d’emergenza con i principali candidati alla presidenza; il governo esclude tagli alle accise e punta sugli aiuti, tra cui un bonus da 100 euro per chi usa l’auto per lavoro, chiesto finora da metà dei 3 milioni di aventi diritto. I pescatori hanno bloccato il porto di Nizza e il deposito di Frontignan, poi hanno revocato la protesta dopo un accordo con il governo.Perché l’Europa dipende tanto dal diesel americano? Perché negli anni Novanta e Duemila le politiche fiscali spinsero gli automobilisti europei verso il gasolio: oggi pesa oltre il 40% del consumo europeo di prodotti petroliferi, il doppio degli Stati Uniti, e le raffinerie del continente non bastano. Dall’inizio dell’anno i carburanti sono rincarati del 40% secondo la Commissione europea (30 euro in più per un pieno da 50 litri) e la presidente Ursula von der Leyen ha calcolato la settimana scorsa che i combustibili fossili importati sono costati all’Europa 90 miliardi in più dall’inizio della guerra in Iran, «senza aggiungere una sola molecola di energia». Sul piano americano, però, Bruxelles e i governi nazionali non hanno ancora preso posizione in pubblico.Il diesel manca perché mancano tre rubinetti insieme: le raffinerie russe colpite dai droni ucraini, con Mosca che ha prorogato al 31 ottobre il proprio divieto di export; lo stretto di Hormuz, dove il traffico è crollato dopo la chiusura di febbraio; la raffineria saudita di Jazan, 400 mila barili al giorno, ferma dal 27 luglio, con l’oleodotto Est-Ovest bloccato dopo un attacco con drone partito dall’Iraq. «I raffinatori della costa del Golfo non possono continuare all’infinito a esportare diesel verso il Nord-Ovest europeo», ha detto Zameer Yusof, responsabile prodotti petroliferi di Kpler, società di analisi dei flussi energetici. Il decreto, se arriva, chiuderebbe quel rubinetto d’un colpo.