Per decenni, per diversi alleati degli Stati Uniti, avere un apparato di intelligence relativamente contenuto non è stato necessariamente un limite. L’ombrello americano, insieme alle reti di cooperazione costruite durante la Guerra fredda e poi consolidate nei decenni successivi, consentiva di compensare capacità nazionali meno sviluppate. Quel modello non è scomparso. Ma comincia a essere considerato insufficiente.È il punto di partenza di un’analisi dell’Economist, che descrive il ripensamento in corso tra quelle che definisce le “middle powers”. Paesi con peso economico, diplomatico e militare significativo, ma privi della massa critica delle grandi potenze. Il settimanale guarda soprattutto a Giappone, Svezia, Germania e Canada. Il denominatore comune è il tentativo di costruire una maggiore autonomia nel capire ciò che accade fuori dai propri confini, prima ancora che nel decidere come reagire.Nella lettura dell’Economist, alle minacce poste da Russia e Cina si aggiunge infatti un interrogativo sulla prevedibilità futura di Washington e sulla disponibilità americana a continuare a fornire agli alleati lo stesso livello di copertura politica e informativa. È questa la ragione del riferimento, già nel sommario dell’articolo, a Paesi alleati che devono fare i conti con Russia e Cina e “forse” anche con l’America.Tokyo rompe un tabùIl cambiamento è particolarmente evidente in Giappone. La struttura dell’intelligence nipponica è stata per decenni condizionata dalla storia del Paese: il ricordo degli apparati repressivi del periodo bellico, il pacifismo post-1945 e la stretta alleanza con gli Stati Uniti avevano frenato la costruzione di un servizio autonomo dedicato alla raccolta clandestina all’estero.Nel 2026 Tokyo ha però avviato una revisione profonda del sistema. A maggio il Parlamento ha approvato la creazione di un National Intelligence Council e il rafforzamento della funzione di coordinamento centrale. Il governo sta inoltre lavorando alla costituzione di una vera capacità di intelligence estera, colmando una lacuna che per lungo tempo ha costretto il Giappone ad affidarsi maggiormente alla propria rete diplomatica e alla cooperazione con gli alleati.La geografia aiuta a spiegare l’accelerazione: Cina, Russia e Corea del Nord sono contemporaneamente problemi militari, tecnologici e informativi. In questo contesto la capacità di raccogliere autonomamente informazioni diventa parte della deterrenza, non un semplice supporto burocratico alla politica estera.Il ritorno svedese all’intelligence esteraAnche la Svezia si sta muovendo nella stessa direzione. Stoccolma ha deciso di istituire un nuovo servizio civile di intelligence estera, operativo dal primo gennaio 2027. La nuova struttura avrà il compito di individuare e anticipare minacce esterne, raccogliendo e analizzando informazioni a tutela della sicurezza e degli interessi svedesi.Il governo ha già nominato Andreas von Beckerath direttore generale e Annika Brändström vice direttrice. Nel mandato compare anche un elemento che dice molto sul cambiamento degli apparati contemporanei: non soltanto raccolta tradizionale, ma sviluppo tecnologico, analisi delle fonti aperte e capacità di integrare metodi differenti.Per un Paese che per gran parte del Novecento aveva fatto della neutralità una componente essenziale della propria postura internazionale, il passaggio è significativo. L’ingresso nella Nato ha chiuso una fase politica; la costruzione di una capacità informativa più robusta completa, sul piano operativo, quella trasformazione.Berlino allarga gli strumenti del BndIn Germania il problema è diverso. Il Bundesnachrichtendienst esiste già ed è uno dei principali servizi europei, ma Berlino sta cercando di ampliarne le possibilità operative.Ad agosto il governo federale ha approvato una vasta riforma della legislazione sull’intelligence, motivandola esplicitamente con l’aumento di spionaggio, sabotaggi e attacchi ibridi. Le modifiche previste riguardano, tra l’altro, capacità nel cyberspazio, utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’analisi dei dati e maggiore possibilità di conservare contenuti e metadati delle telecomunicazioni nell’ambito dell’attività di intelligence strategica. Il governo tedesco ha definito la revisione come la più ampia riforma delle basi legislative del Bnd e dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione nella storia della Repubblica federale.È anche una risposta al deterioramento dell’ambiente di sicurezza europeo. La distinzione tradizionale fra pace e conflitto è diventata meno utile davanti a cyberattacchi, interferenze, sabotaggi e operazioni clandestine nelle quali attribuzione, intenzione e responsabilità statale sono volutamente difficili da dimostrare.Il dilemma canadeseIl Canada rappresenta un altro caso interessante. Ottawa appartiene ai Five Eyes, probabilmente il sistema di condivisione dell’intelligence più integrato al mondo, insieme a Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda. Eppure anche qui è aperta una discussione sulla necessità di rafforzare la raccolta autonoma all’estero.A giugno il National Security and Intelligence Committee of Parliamentarians ha avviato una revisione proprio per verificare l’efficacia del sistema canadese di raccolta di foreign intelligence e individuare eventuali lacune. Parallelamente, sono state aggiornate le competenze del Canadian Security Intelligence Service, mentre il Communications Security Establishment continua a produrre intelligence estera soprattutto nel dominio dei segnali e del cyber.L’intelligence torna politica di potenzaPer le potenze medie, rafforzare l’intelligence significa recuperare una capacità elementare della politica estera: formulare una propria valutazione della minaccia.Le alleanze restano essenziali e la condivisione informativa continua a essere uno dei principali moltiplicatori di capacità dell’Occidente. Ma condividere intelligence e dipendere dall’intelligence altrui non sono la stessa cosa. Il primo modello presuppone reciprocità; il secondo espone alle decisioni politiche del partner che possiede le informazioni. Possibile pericolo non più accettabile in un sistema internazionale più frammentato, nel quale ogni alleato deve essere in grado di vedere con i propri occhi. E, possibilmente, farlo prima che una crisi sia già cominciata.