MAGADI — Cosmas Karera Kiratu ha passato anni a girare i villaggi di Kajiado West come funzionario per l’infanzia, contando i bambini fuori dalla scuola e le ragazze date in sposa troppo presto. Conosce a memoria le distanze: fino a 15 chilometri per raggiungere un’aula, 40 quelli della condotta che porta l’unica acqua potabile della zona da Ngurumani ai cancelli della Tata. «La comunità dipendeva molto dalla compagnia per l’acqua, la sanità, le borse di studio», dice ad Al Jazeera, che lo ha incontrato sulle rive del lago. Una chiusura brusca, avverte, farebbe più male che bene.La chiusura, per ora, è una sospensione. Il governo keniano ha fermato le attività della Tata Chemicals Magadi, controllata del colosso indiano che dal 1911 estrae carbonato di sodio — la soda che serve a fare vetro e detersivi — dal lago salato nella contea di Kajiado, nel sud del Paese. Il presidente William Ruto, in visita a Kajiado il 3 settembre, ha ordinato all’azienda di andarsene mentre un comitato tecnico congiunto tratta le condizioni di un’eventuale permanenza. «La Tata ha avuto i diritti minerari per cento anni, e non ha costruito nulla a Kajiado. Portano la nostra risorsa in India e altrove», ha detto, in una frase ripresa da Bloomberg. Ha annunciato due nuovi investitori, uno per il vetro e uno per la chimica, con impianti sul posto.Le carte erano partite prima. Il 28 luglio il ministero delle Miniere ha inviato la lettera di sospensione; l’11 agosto l’azienda ha risposto. Il ministro Hassan Joho spiega che con la Costituzione del 2010 e la nuova legge mineraria il quadro è cambiato: un audit ha rilevato che la Tata operava appoggiandosi alle concessioni fondiarie — la più antica è coloniale, del 20 marzo 1928 — senza aver mai chiesto un titolo minerario; la prima domanda risale al 26 luglio 2024. «Le sviste del passato non danno immunità dalle leggi in vigore», ha detto. Sul tavolo del comitato: royalties, accordi di sviluppo con le comunità da pubblicare in gazzetta ufficiale, lavorazione in loco, assunzioni di keniani, acquisti locali e i contenziosi con la contea.La Tata respinge l’accusa di irregolarità. In un comunicato alle Borse indiane del 4 settembre ha scritto di aver consegnato l’11 agosto «tutte le informazioni, i rapporti e la documentazione richiesti», di essere «pienamente conforme ai requisiti regolatori» e di attendere «la revisione del ministero». Magadi, aggiunge, è «parte integrante» del gruppo, che dice di rispettare l’autorità del governo e di voler proseguire il confronto. Quel giorno il titolo ha perso oltre il 2,5% alla Borsa di Mumbai.Un secolo di sodaMagadi ha una capacità di 350.000 tonnellate l’anno e fa del Kenya il quarto produttore mondiale di carbonato di sodio naturale, circa l’1% dell’output globale. Nel 2025 il Paese ne ha esportate 254.780 tonnellate per 7,4 miliardi di scellini, contro gli 11,88 miliardi del 2022. Per la Tata Chemicals, terzo produttore mondiale con 4,2 milioni di tonnellate l’anno tra India, Kenya, Stati Uniti e Regno Unito, il Kenya vale circa il 6% dei margini operativi. A Magadi la fabbrica pesa di più: centinaia di dipendenti diretti, migliaia di persone nell’indotto, e le autobotti aziendali da cui i residenti dipendono per bere.La partita, più che sui titoli minerari, si gioca sul valore aggiunto: chi trasforma la soda, e dove. Il governatore di Kajiado Joseph Ole Lenku, che da tempo contesta la società — a un comizio ha sostenuto che i diritti minerari erano scaduti nel 2023 —, ringrazia Ruto per «la posizione ferma»: «Sono stato riabilitato». Chiede una quota per la contea, «non negoziabile», e gli arretrati dell’imposta fondiaria locale come «minimo irriducibile». Nkanoi Matipei, residente, vuole più assunzioni a ogni livello e l’accesso alle terre della Tata oggi inutilizzate, dove già pascolano le mandrie.Esther Nganoni, anche lei di Magadi, non è d’accordo con lo sgombero: «La Tata è stata la nostra ancora di salvezza», dice, elencando borse di studio, acqua, dispensari; chiede che la comunità sia consultata prima di ogni decisione. È il punto di Kiratu. Nei suoi anni da funzionario ha visto povertà, lavoro minorile, mutilazioni genitali femminili, e un’azienda che, dice, riempiva i vuoti lasciati dallo Stato. Se la soda passa di mano, chi manderà le autobotti? Il comitato tecnico, fa sapere Joho, procede «in modo progressivo». Una scadenza non c’è.