Il Senato riapre all’atomo quasi 40 anni dopo Chernobyl: 81 sì, ma nessun reattore è ancora autorizzato

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ROMA — Il tabellone di palazzo Madama, sede del Senato, si è fermato mercoledì 23 settembre su tre numeri: 81 sì, 51 no, sette astenuti. Poco dopo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di «giornata storica». L’Italia che aveva spento i suoi reattori (quattro, fermati dopo il referendum del 1987 seguito a Chernobyl) aveva appena votato, per la prima volta da allora, una legge che riapre la porta all’atomo.Il fatto è questo: il Senato ha dato il via libera definitivo alla legge sul ritorno del nucleare, già approvata dalla Camera. Il testo non autorizza la costruzione di alcun impianto, ma costruisce la cornice giuridica che finora mancava: entro dodici mesi il governo dovrà emanare i decreti su autorizzazioni ai reattori, standard di sicurezza, gestione dei rifiuti e criteri per la scelta dei siti. Ed è lì, sui decreti e sulla caccia ai capitali, che si gioca la partita vera.«Il nucleare sostenibile, insieme alle fonti rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo», ha detto Pichetto Fratin, riferisce Reuters. L’esecutivo di Giorgia Meloni non guarda alle grandi centrali del passato ma ai reattori modulari di piccola taglia, gli small modular reactors: impianti da poche centinaia di megawatt, costruiti in serie in fabbrica, destinati soprattutto a decarbonizzare l’industria. La motivazione ufficiale è una domanda elettrica destinata a crescere con l’elettrificazione di case, imprese e trasporti e con i data center, e la necessità di ripararsi dai rincari innescati dai conflitti in Medio Oriente e, prima, dall’invasione russa dell’Ucraina.Il conto degli analistiChi pagherà? È la domanda su cui si concentrano i dubbi. Nessun reattore modulare è ancora commercialmente provato su scala in Europa e le stime di settore, raccolte dall’Associated Press, collocano un singolo impianto da 300 megawatt fra 3 e 6 miliardi di euro, escluse rete e infrastrutture. Michele Governatori, consigliere per l’energia del centro studi ECCO, saluta la cornice regolatoria ma avverte: «Avere un quadro regolatorio è positivo, ma renderà anche chiaro il limitato interesse degli investitori privati per tecnologie che oggi non sono competitive o non sono ancora pronte». Le priorità, per lui, restano elettrificazione, efficienza, rinnovabili e accumuli. Il governo non ha replicato a queste critiche.Le opposizioni di centrosinistra hanno votato in larga parte contro e hanno posto una condizione sul territorio. «Eventuali nuovi impianti dovrebbero essere collocati prioritariamente in aree già urbanizzate, degradate o interessate da attività industriali dismesse, senza consumo di ulteriore suolo», ha detto la senatrice del Movimento 5 Stelle Elena Sironi. Il nodo dei siti è anche quello delle scorie: l’Italia non ha ancora un deposito nazionale definitivo per i rifiuti del vecchio programma, conservati in depositi temporanei sparsi nel Paese, e ogni ipotesi di localizzazione ha incontrato finora l’opposizione delle comunità locali.Gli italiani avevano detto no due volte, nel 1987 dopo Chernobyl e nel 2011 dopo Fukushima. Eppure il Paese, pioniere europeo dell’atomo, non ha mai smesso di consumarlo: è fra i maggiori importatori europei di elettricità prodotta dalle centrali nucleari dei vicini, Francia in testa. Il voto di palazzo Madama arriva dentro un movimento continentale che vede Parigi e Varsavia investire in nuovi progetti o pianificare espansioni.Un sondaggio della società di ricerca Only Numbers, dello scorso giugno, dà il 55% degli italiani favorevole alle centrali di nuova generazione. Il consenso più alto è fra i più giovani: quelli che, nell’aprile del 1986, non erano ancora nati.