C’è una parola che in questa vicenda rischia di essere dimenticata: distanza. Non la distanza diplomatica tra l’Italia e l’Australia, ma quella concreta tra un cittadino e chi dovrebbe rappresentarlo.L’appello promosso da Sydney e rivolto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiede di tutelare il rapporto tra le comunità italiane all’estero e la loro rappresentanza parlamentare. La questione nasce dalla riforma che riduce le attuali quattro ripartizioni della Circoscrizione Estero a due alla Camera e una al Senato.Fermarsi a questo dato, però, significherebbe non comprendere il problema più profondo. Rappresentare un italiano di Sydney non significa necessariamente rappresentare un italiano di Perth, Buenos Aires o Toronto. La cittadinanza è la stessa, ma le comunità hanno storie, dimensioni, problemi e rapporti con l’Italia profondamente differenti. Ed è proprio questa specificità territoriale che rischia di diventare invisibile quando territori immensi vengono riuniti dentro contenitori elettorali sempre più grandi.Il paradosso è evidente: mentre le istituzioni invitano gli italiani all’estero a partecipare alla vita delle comunità e al voto dei Comites per rafforzare la rappresentanza, il Parlamento discute contemporaneamente una diversa configurazione della rappresentanza politica nazionale. Non è una contraddizione giuridica, ma quanto accaduto merita certamente il doversi porre una domanda a carattere squisitamente politico. Quanto può essere grande una circoscrizione prima che la rappresentanza cominci a perdere il volto delle persone?È questo l’argomento meno esplorato dell’intera discussione. Non soltanto quanti seggi, dunque, ma quanta prossimità. Non soltanto quanti elettori, ma quanto territorio. Non soltanto come distribuire i candidati, ma quanto sia realisticamente possibile per un candidato conoscere e frequentare comunità separate da migliaia di chilometri.Il CGIE-Consiglio Generale degli italiani all’Estero ha già chiesto di tutelare la rappresentanza territoriale e di preservare il sistema delle preferenze. Anche l’iniziativa australiana dei Comites ha posto l’accento sul rapporto diretto tra eletti e comunità. Ora l’appello al Quirinale introduce un ulteriore elemento: chiedere che una modifica tanto delicata sia osservata anche attraverso la lente dell’effettività della rappresentanza.È una richiesta che merita ascolto, indipendentemente dalle appartenenze politiche di chi la sostiene. Gli italiani nel mondo non sono un capitolo della politica estera e nemmeno una semplice voce statistica dell’AIRE. Sono cittadini della Repubblica. Una Repubblica che vuole continuare a considerarli parte integrante della propria comunità nazionale dovrebbe preoccuparsi non soltanto di garantire il loro voto, ma anche di rendere credibile il percorso che porta quel voto alla rappresentanza.L’appello australiano può diventare qualcosa di più di una protesta contro una riforma. Perché se la politica pretende di ridurre milioni di cittadini a una casella elettorale, non sta semplificando la rappresentanza: la sta svuotando. E quando la distanza diventa il criterio con cui si governa il voto degli italiani nel mondo, il problema non è più geografico: è democratico. (Pier Francesco Corso)