WASHINGTON — Le liste degli obiettivi erano approvate. Sulle basi, gli specialisti stavano già agganciando le munizioni agli aerei. Poi, prima di mezzogiorno di domenica (le 18 in Italia), l’ordine è tornato indietro: i raid americani contro gli Houthi in Yemen non sarebbero partiti. Lo ha ricostruito il New York Times con funzionari dell’amministrazione. La Casa Bianca non ha commentato.È il secondo cambio di rotta di Donald Trump in una settimana sullo stesso dossier. Mercoledì, con i consiglieri, si era detto contrario a colpire; giovedì, dopo una telefonata del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, aveva ordinato al Pentagono di prepararsi; domenica ha fermato tutto. Le richieste ripetute di Riad restano così respinte, mentre una milizia che in diciotto giorni ha preso il controllo dell’imbocco del Mar Rosso arriva a colpire la capitale saudita.Sul terreno, intanto, l’avanzata non si ferma. Lunedì i combattenti Houthi — il movimento che controlla la capitale yemenita Sanaa dal 2014 e contro cui l’Arabia Saudita interviene militarmente dal 2015 — attaccano i monti Kahboub, tra le province di Taiz e Lahij, nel sud-ovest del Paese. I combattimenti si concentrano alla periferia del distretto montuoso di Al-Wazi’iyah e a Ras al-Ara, sulla costa, riferisce Reuters citando cinque fonti militari yemenite: l’obiettivo è tagliare il litorale dalle zone ancora in mano alle forze sostenute dai sauditi e proteggere le retrovie attorno a Bab al-Mandab, lo stretto da cui in tempo di pace passa circa il 12% del commercio mondiale. Riad ha condotto «centinaia» di raid sulle alture negli ultimi giorni, dicono gli stessi Houthi. Ma il vantaggio aereo non ha rallentato la marcia: le forze governative si sono dissolte.Riad sotto i missiliL’offensiva è partita il 3 settembre nella provincia di Taiz, con il taglio della strada per Mokha. Entro l’11 erano caduti il porto di Mokha, la cittadina di Dhubab e l’isola di Mayyun, all’imbocco dello stretto; poi le isole Hanish. È il maggiore spostamento del fronte dalla tregua mediata dall’Onu nell’aprile 2022, in una guerra civile che in dodici anni ha fatto oltre 150.000 morti. Il bilancio delle ultime settimane, secondo le Nazioni Unite: quasi 700 morti, oltre 120.000 sfollati interni, altre migliaia in fuga in barca verso l’Africa. Il greggio ha superato i 100 dollari al barile.Sabato la guerra è arrivata a Riad. Esplosioni in città, un serbatoio di carburante con il logo Aramco in fiamme vicino all’aeroporto, il primo allarme aereo nella capitale dall’inizio dell’escalation: gli Houthi lo hanno rivendicato come ritorsione per i bombardamenti sauditi su Sanaa. Le autorità saudite non hanno commentato. Un altro proiettile ha colpito al-Tuwal, nella provincia meridionale di Jazan: due feriti, danni a una moschea, a edifici e veicoli. Quella sera Trump ha lasciato Camp David ed è rientrato alla Casa Bianca, senza spiegazioni ufficiali.Perché Washington non colpisce, con 100-200 consiglieri militari americani schierati in Arabia Saudita a fornire intelligence e supporto nella scelta dei bersagli? La risposta la dà, in parte, lo stesso presidente: domenica ha detto che gli Stati Uniti mantengono canali diretti con gli Houthi (i contatti precedenti erano passati per Mascate, in Oman) e che il gruppo ha accettato di non attaccare le forze americane. Da Sanaa, un alto dirigente del movimento ha confermato lunedì: il contatto è arrivato dopo l’avanzata su Bab al-Mandab e le navi statunitensi non saranno toccate. Gli attacchi contro l’Arabia Saudita invece continueranno «finché Riad non metterà fine al blocco decennale» sulle aree Houthi e non lascerà entrare le navi nei porti del Mar Rosso sotto il loro controllo; dopo, il movimento è pronto a negoziare.La partita è questa: gli Houthi hanno separato i due alleati — tregua di fatto con gli americani, guerra aperta ai sauditi — e la Casa Bianca, fermando gli aerei, ha lasciato che la separazione reggesse. Tutto mentre Stati Uniti e Israele sono in guerra con l’Iran, alleato degli Houthi, e Washington lavora ad allentare la presa iraniana sullo stretto di Hormuz, l’altro collo di bottiglia del petrolio.Il Dipartimento di Stato ha avvertito che «questo conflitto militare ha il potenziale di escalation rapida» e ha limitato gli spostamenti dei dipendenti federali a Taif e a Yanbu, il grande terminale petrolifero saudita sul Mar Rosso. Le posizioni Houthi più avanzate sono oggi a 32 chilometri da Gibuti, dove sorge Camp Lemonnier, la principale base americana in Africa; e la società di analisi marittima Windward registra già un calo dei transiti nello stretto.