Nel 2025 hanno presentato la dichiarazione dei redditi 42,8 milioni di persone, 267.885 in più rispetto all’anno precedente. Di questi, solo 34,1 milioni hanno versato almeno un euro di Irpef. I restanti, sommati a chi non ha presentato alcuna dichiarazione al Fisco, portano a circa 24,8 milioni di italiani – il 46% della popolazione di poco meno di 59 milioni – che non contribuiscono all’imposta sui redditi delle persone fisiche.È la fotografia del XIII Osservatorio sulle entrate fiscali di Itinerari Previdenziali, presentato al Cnel insieme a Cida. Un quadro che, letto in chiave liberale, rivela non tanto un Paese “oppresso dalle tasse” quanto un sistema in cui il peso del finanziamento pubblico si concentra su una minoranza produttiva, mentre una platea ampia beneficia di servizi e trasferimenti senza corrispondere un contributo significativo.La concentrazione del gettitoIl totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ha raggiunto 1.076 miliardi di euro. Il gettito complessivo di Irpef e addizionali, al netto del trattamento integrativo, si è attestato a 216,24 miliardi.I numeri per fasce di reddito sono eloquenti. I dichiaranti fino a 7.500 euro lordi sono quasi 8 milioni e versano in media 19 euro annui. Tra 7.500 e 15 mila euro si contano 7,4 milioni di soggetti con un’imposta media di 204 euro. Tra 15 e 20 mila euro i 4,79 milioni di contribuenti pagano in media 1.773 euro (1.288 se rapportati agli abitanti corrispondenti). Tra 20 e 26 mila euro i 6,65 milioni di dichiaranti versano mediamente 3.284 euro, mentre tra 26 e 29 mila euro i poco più di 3 milioni di soggetti corrispondono 4.413 euro a testa.Complessivamente, gli italiani con redditi fino a 29 mila euro rappresentano il 69,78% del totale e pagano solo il 21,33% dell’intera Irpef. Al contrario, quanti dichiarano da 35 mila euro in su sono il 18,78% dei contribuenti e sostengono il 65% del gettito. Includendo anche la fascia 29-35 mila euro (11,44%), il 30,22% degli italiani versa il 78,67% dell’imposta.Meno di un contribuente su cinque, in sostanza, finanzia quasi due terzi dell’Irpef. Un’asimmetria che non è frutto del caso, ma di un disegno fiscale che ha moltiplicato agevolazioni, detrazioni e bonus proprio nelle fasce più basse, riducendo progressivamente l’onere fino ad azzerarlo per milioni di soggetti.La tripla progressivitàIl professor Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, definisce l’Italia «unica nel suo genere» e «il Paese della tripla (o forse anche più) progressività». «La prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall’incremento dell’aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi “occulta”, perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all’aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione».Questa terza progressività, combinata con l’Isee e con la platea di bonus e trasferimenti, crea un potente disincentivo a dichiarare di più. Meno si dichiara, più si ottiene dallo Stato. È un meccanismo che, in un’ottica liberista, distorce le scelte individuali e alimenta l’economia sommersa, invece di premiare chi produce reddito e lo dichiara correttamente.Leggi anche:Fisco: aumentano i redditi, ma anche i “sussidiati”Pensioni, chi prende e non versa: perché il sistema non può reggereRedditi dichiarati, chi guadagna di più? Ecco i Paperoni d’ItaliaChi regge il sistemaL’analisi per tipologia di reddito prevalente conferma che il carico non è uniformemente distribuito nemmeno all’interno delle categorie. Tra i lavoratori dipendenti iscritti all’Inps, i redditi più elevati si concentrano in settori specifici: sportivi professionisti (intorno ai 250mila euro medi), sanitari (94mila), giornalisti dipendenti (oltre 70mila). I dipendenti pubblici di Stato ed enti locali si attestano mediamente tra i 35 e i 38mila euro.Tra i liberi professionisti, i notai dichiarano mediamente 164.758 euro, seguiti da attuari (113 mila) e farmacisti titolari (circa 112 mila). Per i lavoratori autonomi soggetti a Isa, oltre la metà della platea (53,35%) presenta un indice di affidabilità inferiore a 8. In alcuni settori – ristorazione, tintorie e lavanderie, commercio di giochi e articoli sportivi, pompe funebri – la quota di soggetti con Isa sotto la soglia di 8 supera il 60-70%.Il costo del welfareNel 2024 la sola spesa sanitaria ha richiesto 138,33 miliardi, l’assistenza sociale 180,5 miliardi e il welfare degli enti locali altri 13,5 miliardi: oltre 332 miliardi complessivi. Per finanziare queste tre funzioni sono servite sostanzialmente tutte le imposte dirette (325,27 miliardi) più almeno 7 miliardi di imposte indirette.Il presidente di Cida Stefano Cuzzilla osserva: «Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio». E ancora: «Abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle».In un’ottica liberale e liberista, il problema non è la solidarietà in sé, ma un modello che ha allargato i diritti senza allargare in parallelo la base di chi produce e contribuisce. Quasi 10,4 milioni di nuclei familiari (oltre 29 milioni di persone) hanno presentato la Dsu per l’Isee nel 2025: l’indicatore è diventato uno strumento di massa che, insieme ai bonus e alle agevolazioni, moltiplica le aliquote effettive e crea una progressività “occulta” che colpisce chi dichiara di più.La necessità di un patto diversoIl viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha dichiarato: «Noi siamo intervenuti nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50mila euro, l’abbiamo portata al 33%. Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%».Un taglio di aliquote sul ceto medio è meglio di niente, ma resta un palliativo. Il problema non è “redistribuire meglio”. Il problema è che quasi la metà della popolazione non versa Irpef e vive, in tutto o in parte, a carico di chi produce e dichiara. Continuare a finanziare con i soldi di pochi un welfare universale e assistenzialista significa soltanto alimentare la dipendenza e punire chi lavora.Un approccio davvero liberale e liberista non chiede di allargare la base per mantenere lo stesso livello di spesa. Chiede di tagliare le tasse in modo netto e strutturale, di far pagare a ciascuno i servizi di cui effettivamente usufruisce e di smettere di dare da mangiare a chi non contribuisce. Sanità, assistenza e trasferimenti devono essere ripensati: meno universalismo a carico altrui, più responsabilità individuale, più concorrenza e più libertà di scegliere. Solo così si smette di concentrare il prelievo su una minoranza produttiva e si restituisce a chi genera reddito il frutto del proprio lavoro, invece di usarlo per sostentare chi resta sotto soglia per convenienza.Enrico Foscarini, 24 settembre 2026L'articolo Fisco: il 19% dei contribuenti finanzia il 65% del welfare proviene da Nicolaporro.it.