TEHERAN — Da giovedì non decolla più nulla tra l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti: tutti i voli da e per Dubai e Abu Dhabi sono cancellati, riferisce l’agenzia iraniana semi-statale Isna. È l’ultimo tassello di una sequenza che in 48 ore ha toccato Baku, Tbilisi, Baghdad, Mascate e Doha. Non una serie di disguidi aeroportuali, ma un anello che si stringe attorno alla Repubblica islamica.La leva sta a Washington. L’8 settembre il Tesoro americano ha sanzionato 27 compagnie aeree iraniane, tutte quelle ancora libere. Mercoledì 23 è scaduto il periodo di grazia: da allora qualunque aeroporto o società che rifornisca, faccia atterrare o venda biglietti per un aereo iraniano rischia le sanzioni secondarie, cioè il taglio dal sistema finanziario americano. «Probabilmente più dell’80 o 90% dei voli iraniani all’estero è stato cancellato», ha detto lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent. Teheran ha risposto con una minaccia. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale — l’organo che coordina difesa e politica estera della Repubblica islamica —, mercoledì alla televisione di Stato: «Se i Paesi vicini collaborano con gli Stati Uniti e fermano i voli iraniani, faremo in modo che i loro aeroporti non possano funzionare».Come può Teheran fermare gli aeroporti altrui? Rezaei non l’ha detto, e nessuna autorità iraniana ha chiarito se la risposta sarebbe diplomatica, economica o militare. Il precedente però pesa: a marzo, nelle prime settimane della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio, missili e droni iraniani — o i loro frammenti dopo l’intercettazione — colpirono gli scali di Dubai, Abu Dhabi, Kuwait e Bahrein. «È estremamente improbabile che l’Iran attacchi questi aeroporti», ha detto ad Al Jazeera Wolfgang Pusztai, analista di sicurezza ed ex addetto militare austriaco. Né Baku né Tbilisi hanno risposto alla minaccia.Da Baku a MascateLa fila è lunga. La compagnia di bandiera azerbaigiana Azal ha sospeso dal 22 settembre i voli dei vettori iraniani «a causa del nuovo pacchetto di sanzioni imposte dagli Stati Uniti». La Georgia ha fatto atterrare l’ultimo aereo iraniano il 20 settembre: i visitatori dall’Iran erano già scesi a 29.300 nel primo semestre (-49% sull’anno). Baghdad e Mascate hanno chiuso alla mezzanotte del 23; il portavoce dell’aviazione civile iraniana ha detto a Reuters che i voli per la capitale irachena vengono dirottati su Najaf, la città santa sciita ancora aperta. Mahan Air ha fermato la Turchia su richiesta di Ankara, mentre un suo aereo è atterrato regolarmente a Guangzhou, in Cina, il Paese che ha definito le sanzioni illegali. Iran Air, dal canto suo, sostiene di non aver ricevuto notifiche ufficiali da Turchia, Azerbaigian e Iraq e di continuare a volare «salvo nuove istruzioni».La partita, in realtà, non si gioca sugli aerei ma sui vicini: Washington non ha bisogno di fermare i velivoli iraniani, le basta che nessuno li faccia più atterrare. È «un nuovo livello di sanzioni in azione», dice Mohammadreza Ebrahimpour, esperto iraniano di aviazione: a rischio anche i diritti di sorvolo, oltre 300 milioni di dollari l’anno, e decine di migliaia di posti tra compagnie, turismo e alberghi. Il conto lo pagano intanto i viaggiatori, spostati sui valichi terrestri con la Turchia — dove gli autobus costano quattro volte tanto — o verso Yerevan.Eppure, a New York, si torna a parlare. All’Assemblea generale dell’Onu ci sono sia Donald Trump sia il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. I negoziatori, ha detto il segretario di Stato Marco Rubio, sono l’inviato Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente senza incarico di governo. «Steve e Jared hanno avuto oggi un incontro molto produttivo con i mediatori dell’Iran. Penso che si arriverà a un accordo», ha detto Trump; la Casa Bianca non ha aggiunto altro sui contatti. Un alto funzionario iraniano ha escluso un faccia a faccia tra i presidenti, ma ha detto che la delegazione ha «pieni poteri» e che lo Stretto di Hormuz potrebbe riaprire entro sette giorni se Washington allentasse la pressione militare e il blocco dei porti. La condizione: «Gli Stati Uniti devono annunciare che vogliono risolvere la questione per via diplomatica, renderlo ufficiale, e poi concordare un calendario».