Non esiste una statistica. Ma sarebbe proprio caruccio sapere quanti, tra coloro che oggi criticano l’annuncio di Giorgia Meloni a Fenix di un decreto per porre un freno alle classi con troppi bambini stranieri, porterebbero il loro amato figliolo nell’istituto “Caio Giulio Cesare” di Mestre, assurto agli onori delle cronache perché nelle due sedi della scuola dell’infanzia solo tre – dico: solo tre – bambini hanno un cognome di origine italiana. Tutti gli altri arrivano dal Bangladesh, tanto da spingere personale, genitori e anche famiglie di altre nazionalità ad andare altrove. Chi vorrebbe il proprio prezioso pargolo in una classe in cui metà degli alunni fatica a parlare italiano, costringendo, vuoi o non vuoi, a rallentare il percorso di apprendimento di tutti gli altri?Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, sostiene che Meloni stia inseguendo le “teorie sulla purezza della razza”. Idiozie. Perché Mestre insegna che, senza l’intervento legislativo, in alcune zone del Paese (periferie delle città in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna), a fuggire dai ghetti sono le famiglie italiane. E non per razzismo. Non per preservare la purezza dell’etnia. Ma per un banalissimo ragionamento logico: se faccio restare il mio piccolo in una classe dove a malapena si parla italiano, visto che le famiglie dei bambini non spiccicano una parola della nostra lingua, finirò per limitare l’apprendimento di mio figlio. E questo nessun genitore lo vorrebbe. Gli istituti “ghetto” si creano un po’ perché in certe zone d’Italia è alta la concentrazione di questa o di quella comunità straniera; un po’ perché chi ha la sventura di abitare in zona preferisce portare l’erede altrove.Si chiama buonsenso, non razzismo. La scuola italiana deve essere il luogo dove s’imparano la lingua e le regole del Paese; deve includere, certo, ma anche garantire a tutti – a tutti – il miglior percorso scolastico possibile. Perché un’istruzione elevata significa avere più possibilità di emergere nella vita, di conquistarsi una posizione agiata, un buon lavoro, di avere successo, di vivere bene. Non tutti, purtroppo, possono permettersi la scuola privata con il corso bilingue sin dall’asilo nido. Perché a queste famiglie, fagocitate loro malgrado in una periferia diventata area a maggioranza straniera, dovrebbe essere precluso un percorso scolastico di livello?“L’opposizione indirettamente sostiene le classi ghetto, quelle solo per stranieri e, dall’altra parte, le classi per italiani”, dice Giuseppe Valditara, che sta lavorando alla bozza di decreto e limando i dettagli tecnici. Un po’ per “giustificare” la “straordinaria necessità e urgenza” richiesta per il decreto del governo, evitando che Mattarella rifiuti di firmarlo. Un po’ per evitare che chicchessia tenti di affossare la norma facendola dichiarare incostituzionale.In fondo, a giudicare dalle prime indiscrezioni, la “razza” in questo decreto c’entra come il cavolo a merenda. La misura non riguarderà neppure tutti gli alunni classificati con “background migratorio”, che sono 950mila su una popolazione scolastica di 8 milioni di studenti. Non riguarderà i figli di genitori con passaporto dell’Ue, essendo obbligatorio, secondo le regole di Bruxelles, considerare tutti gli studenti europei alla stregua di quelli italiani. Non riguarderà gli alunni di seconda generazione, nati e cresciuti qui, che già parlano abilmente la nostra lingua. Sono circa i due terzi del totale. Il Corsera calcola che sarebbero circa mille le classi “con una concentrazione sopra il 20 per cento di studenti di prima generazione, 750 circa alle elementari e il resto nelle medie e superiori”.Nessuno, inoltre, intende impedire l’ingresso in classe o l’istruzione ai bimbi stranieri: verranno solo redistribuiti in altre classi della stessa scuola (se possibile) o in altri istituti vicini (“non manderò certo uno studente a venti chilometri di distanza”, dice Valditara) qualora si superasse la soglia del 30%. Soglia, peraltro, introdotta nel 2010 da Mariastella Gelmini tramite circolare, ma rimasta di fatto inapplicata a causa delle classiche deroghe all’italiana. Chi critica la misura, intanto, potrebbe fare un gesto lodevole: portare a Mestre il proprio bambino e dimostrare con i fatti che loro no, non avrebbero nessun problema a sapere il proprio figlio in minoranza in una classe composta quasi interamente da bambini bengalesi.Giuseppe De Lorenzo, 21 settembre 2026L'articolo Si chiama buonsenso, non razzismo proviene da Nicolaporro.it.