WASHINGTON — Oltre 25.000 persone espulse dagli Stati Uniti verso Paesi che non sono i loro. Più di 100 voli, 28 destinazioni, accordi con 35 governi. E una corte d’appello federale che venerdì ha dichiarato illegittimo l’intero meccanismo.I due fatti si incrociano stamattina. Il primo lo mette in fila «The Deportation Project», inchiesta pubblicata alle 7 di oggi da un consorzio di 26 testate in 15 Paesi coordinato da Forbidden Stories, organizzazione no profit di Parigi: 72 giornalisti, sei mesi di lavoro, 33 interviste a deportati, tra i partner Washington Post, Guardian e France 24. Il secondo arriva dai giudici di secondo grado, che in un’azione collettiva hanno confermato la bocciatura delle espulsioni verso «Paesi terzi»: preavviso insufficiente e nessuna possibilità, per il migrante, di dire che cosa teme nel Paese dove verrà mandato. È una sentenza, non ancora la fine della politica: tutti danno per scontato il ricorso alla Corte Suprema, con richiesta di sospensione. «Il governo conosce benissimo gli argomenti legali contro questa politica, ma tira dritto», ha detto al consorzio Trina Realmuto, direttrice della National Immigration Litigation Alliance, che assiste i ricorrenti.Da gennaio 2025 le persone rimosse verso Paesi terzi sono 25.400: circa 20.000 in Messico, almeno 5.447 — dato al 31 agosto — su voli diretti in ogni angolo del globo. Agosto 2026 è stato il mese di picco, 16 voli verso 13 Paesi. Gli accordi bilaterali sono 35, 12 con Stati africani, e i documenti ottenuti dal Washington Post parlano di impegni per almeno 410 milioni di dollari. Il Dipartimento di Stato ha intanto rescisso i contratti con le agenzie che reinsediavano i rifugiati e dirottato 250 milioni di dollari da quei programmi al «Project Homecoming» del Dipartimento per la sicurezza interna.L’ufficio della «remigrazione»Per capire bisogna tornare alle prime settimane del secondo mandato di Donald Trump, quando 299 persone vengono mandate a Panama: tra loro l’iraniano Saleh Fard, senza alcun legame col Paese. La regia, raccontano al Post funzionari in carica ed ex, è di Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca, che ha imposto nomine chiave al Dipartimento di Stato. Lì nasce l’Office of Remigration — «remigrazione» è il termine con cui l’estrema destra europea chiama l’espulsione forzata degli immigrati di minoranze etniche, ricorda il Guardian — guidato dal funzionario di carriera Christian Ehrhardt, che dopo una serie di missioni ha chiuso almeno 13 intese con governi africani. Un ex dipendente dell’ufficio: «Il morale è basso, la gente non vuole fare quello che sta facendo. È stata una cosa molto dolorosa».Le storie dicono chi finisce su quei voli. Rabbiatu Kuyateh, 58 anni, ex infermiera che ha passato quasi tutta la vita negli Stati Uniti dopo la fuga dalla Sierra Leone, è stata espulsa in Ghana e poi rispedita verso il Paese da cui era scappata: un video del novembre 2025 la mostra scalza, trascinata per i capelli fuori dall’alloggio temporaneo, mentre urla «non ci vado» e batte la testa sui gradini di pietra. Una donna iraniana ha viaggiato in catene fino a un Paese africano di cui ignorava l’esistenza, benché un giudice ne avesse ordinato il rilascio: l’ordine era stato rispettato, hanno spiegato gli agenti dell’Ice, la polizia federale dell’immigrazione, al parente che la assisteva; nessuno aveva promesso di non mandarla altrove. In Eswatini, ultima monarchia assoluta d’Africa, l’intesa riservata per accogliere 160 condannati dai tribunali americani ha acceso proteste mai viste nel piccolo regno.Il Dipartimento di Stato non ha risposto alle domande dettagliate del Post e dei partner. In una nota ha definito l’attuazione delle politiche migratorie una «priorità assoluta» e ha assicurato che «il governo americano userà ogni mezzo legale per rimuovere chi non ha diritto di restare nel nostro Paese». Funzionari dell’amministrazione sostengono che le espulsioni verso Paesi terzi sono «l’unico modo» per allontanare i casi più difficili — condannati anche per stupro e omicidio — che hanno un ordine di rimozione definitivo ma non possono essere rimpatriati, perché lo vieta la legge federale o perché il Paese d’origine rifiuta di riprenderli.Ma i documenti in mano al Post raccontano altro: la maggioranza dei 35 governi firmatari ha messo per iscritto che non accetterà migranti con precedenti penali violenti. Gli avvocati dell’immigrazione ne concludono che il Paese terzo serva da scalo, perché sia lui a rispedire le persone nel Paese d’origine: il «refoulement» che i trattati sui rifugiati vietano. La partita, intanto, si è spostata dalle piste di decollo alle aule: chi arriva per primo alla Corte Suprema decide la sorte dei prossimi voli. La sentenza di venerdì, dice Realmuto, «è efficace da subito, e questo significa che il Dipartimento per la sicurezza interna non può continuare ad applicare la sua politica». Non dice nulla, però, delle 25.400 persone già partite.