SINGAPORE — Dodici navi in due giorni. Nel fine settimana appena concluso lo stretto di Hormuz — il braccio di mare largo 34 chilometri nel punto più stretto, fra l’Iran e l’Oman, da cui prima della guerra usciva un quinto del petrolio e del gas liquefatto del mondo — è stato attraversato da 12 navi commerciali. Erano state 35 il fine settimana precedente. Fino al 28 febbraio, quando sono cominciati i raid americani e israeliani contro l’Iran, ne passavano circa 125 al giorno. I dati, diffusi lunedì, li ha messi in fila Reuters: il traffico visibile «si è ridotto a un filo d’acqua», e fra Washington e Teheran è «stallo».Il dettaglio dei transiti racconta un corridoio quasi deserto. Domenica sono uscite quattro navi tracciabili — due petroliere cariche di prodotti raffinati e due navi vuote, una per rinfuse e una per gas — e ne sono entrate due, piccole petroliere. Sabato cinque in uscita, con prodotti agricoli, gpl e fertilizzanti, e una sola grande gasiera vuota in entrata. Sono i numeri provvisori di Kpler, la società che analizza i flussi energetici seguendo i segnali delle navi.Ma il petrolio continua a uscire. I produttori del Golfo lo esportano con i transponder spenti, fuori dai radar dei sistemi di tracciamento: le navi ci sono, semplicemente non si vedono. Lo stretto, in sostanza, non è chiuso: è diventato un passaggio che si attraversa al buio e che gran parte degli armatori ha smesso di pagare. I premi assicurativi contro il rischio di guerra sono saliti dallo 0,125 per cento allo 0,2-0,4 per cento del valore della nave per ogni transito, fino a circa 250 mila dollari per una superpetroliera.Il conto lo ha già pagato il mercato. L’8 marzo il Brent ha superato i 100 dollari al barile, per poi toccare un picco di 126: la più grave interruzione delle forniture energetiche dagli anni Settanta. In tempi normali da Hormuz transitano circa 20 milioni di barili al giorno e l’Europa riceve per questa via il 12-14 per cento del suo gas liquefatto, quello del Qatar. Il 21 aprile l’Organizzazione marittima internazionale, l’agenzia Onu per la navigazione, contava 20.000 marittimi e 2.000 navi bloccati nel Golfo.L’avvertimento di TeheranSul fronte politico il fine settimana non ha portato distensione. Domenica 20 settembre le forze armate iraniane hanno detto che Washington si prepara a riprendere i bombardamenti e hanno annunciato, in quel caso, una risposta «senza limitazioni». Il comando americano per il Medio Oriente non ha commentato l’avvertimento, e dalla Casa Bianca non è arrivata alcuna replica.Perché si parla di stallo, se un accordo c’era stato? Il 17 giugno il presidente americano Donald Trump e quello iraniano Masoud Pezeshkian avevano firmato un memorandum che doveva riaprire lo stretto. Poi Teheran ha rivendicato una nuova chiusura, che il comando militare Usa ha smentito. Da allora nessuna delle due parti ha fatto un passo, e le navi hanno votato con la rotta: 35 una settimana, 12 quella dopo.Resta il Qatar. Doha, che da Hormuz dipende per esportare il suo gas, lavora a riaprire il negoziato fra americani e iraniani. Intanto lo stretto aspetta la prossima mossa — di Washington, che secondo Teheran prepara i raid, o dell’Iran, che promette di rispondere. Le 125 navi al giorno di febbraio, per ora, restano un ricordo.