Il weekend appena trascorso ha restituito l’immagine plastica di un centrodestra italiano particolarmente affannato, mosso da una sorta di ansia da prestazione nei confronti di Futuro Nazionale e del suo leader. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si sono infatti rese protagoniste di una rincorsa simmetrica e scoordinata sui temi identitari più spinti. Il motivo è semplice quanto indigesto per l’attuale maggioranza: Roberto Vannacci è alle costole, continua a crescere, corre veloce.Basta guardare ai palchi e alle piazze delle ultime ore per misurare il perimetro di questa fibrillazione. A Fenix, la kermesse di Gioventù Nazionale, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato sul tetto massimo per gli studenti stranieri nelle classi e sul divieto di burqa. Sul pratone di Pontida, la Lega ha inscenato una rappresentazione alquanto provocatoria, con l’europarlamentare Anna Maria Cisint salita sul palco insieme ad alcune ragazze velate, culminata nel coro da stadio «levalo, levalo» rivolto al velo islamico. Nel frattempo, Forza Italia, per voce del suo segretario, Antonio Tajani, si è avventurata in dichiarazioni altrettanto fuori misura sulla lunghezza delle gonne come sinonimo di fedeltà e affidabilità femminile. Ora, è evidente che non siamo di fronte a una strategia politica premeditata, ma alla tipica reazione scomposta di chi avverte un competitor alle spalle e sente il bisogno di marcare il territorio.Il punto politico, tuttavia, è che questa strategia rischia di rivelarsi un clamoroso autogol, il classico cane che si morde la coda. Inseguire il generale sui suoi cavalli di battaglia identitari e polarizzanti significa commettere un errore di prospettiva madornale. Per quanto i partiti di governo cerchino di spostare l’asse a destra, non riusciranno mai a essere più vannacciani di Vannacci.Sulla radicalità e sulla demagogia spinta, l’originale batterà sempre la copia. E nel momento in cui la maggioranza rincorre il perimetro tracciato dall’opposizione sovranista, riconosce implicitamente che il ritmo della coalizione non lo dettano più Palazzo Chigi o le segreterie dei partiti di governo, ma il generale.C’è poi una miopia istituzionale che merita di essere sottolineata. Le forze che compongono l’attuale centrodestra siedono al governo del Paese e hanno il dovere della stabilità, della misura e di un linguaggio consono alle istituzioni. Vannacci si muove sul terreno della purezza ideologica e della protesta permanente, lussi che competono a chi fa opposizione ma sono preclusi a chi guida il Paese. Spostarsi su quel registro linguistico significa abdicare al proprio ruolo di governo e legittimare una deriva populista che finisce inevitabilmente per logorare l’affidabilità della classe dirigente moderata e conservatrice.La coalizione di centrodestra farebbe pertanto bene a fermarsi e a cambiare spartito. Rincorrendo il fantasma di Vannacci non lo si neutralizza: lo si insegue sul suo terreno preferito, consegnandogli la leadership culturale di quel perimetro politico.Chi guida l’esecutivo, sia chiaro, non è chiamato a inseguire le provocazioni o i cori da stadio, ma a riaffermare la propria identità di governo attraverso la concretezza dei risultati, la serietà dei provvedimenti e la dignità del profilo istituzionale. Perdere la bussola per paura dello stato di salute di cui gode il partito di Roberto Vannacci, almeno stando ai sondaggi, equivale soltanto ad accreditarlo e ad alimentarne ulteriormente la crescita.